Il tema dell’utilizzazione delle risorse locali è stato variamente discusso in Italia ed è cresciuta la consapevolezza dell’importanza che – tra le risorse locali – possono assumere quelle culturali e, pertanto, il rilievo che progetti orientati alla valorizzazione delle risorse e dei beni culturali possono avere per avviare ed accelerare processi di sviluppo locale.


analfabetismo

L’identità culturale è da tempo analizzata e vista come un’opportunità, una risorsa importante per una nuova fase dello sviluppo economico e produttivo per le aree attraversate dai segnali deboli dell’industrializzazione e del virtuosismo distrettuale. Al disagio sociale ed economico di questi territori si è tentato nell’ultimo decennio di fornire risposte in forma organica e strategica promuovendo una cultura della concertazione che ha principalmente insistito sulla valorizzazione di attività e di saperi legati alla tradizione artigiana, sul potenziamento di esistenti attività manifatturiere nei settori della micro industria, sull’armonizzazione delle politiche territoriali in funzione di una crescita quantitativa e qualitativa delle attività turistiche. Un processo che ha dato voce e spazio alla sperimentazione di nuove forme di comunitarismo societario riconoscendo:

  • specificità culturali;
  • processi compiuti di modernizzazione delle società locali;
  • visibilità di nuove forme di consumo;
  • riconoscibilità di professioni e di modelli organizzativi funzionali allo sviluppo di economie territoriali;
  • ruoli e responsabilità della classe dirigente locale.Un processo che ha incontrato, nel suo lento dispiegarsi, anche forme di resistenza laddove – per storia, per dinamiche interne alle società locali, per trasformazioni dei profili e delle culture dei suoi abitanti, per marginalità geografica rispetto agli assi portanti dello sviluppo – altre sono le culture e le risorse locali potenzialmente attivabili in un percorso concertato di sviluppo sostenibile.

I contesti locali che di fatto sono esclusi dalle direttrici dello sviluppo socioeconomico fondato su reticoli di micro e piccole imprese (Dorsale Adriatica e Tirrenica, aree metropolitane del Sud, contesti territoriali a specializzazione produttiva) possono contare su di una presenza, variegata ed articolata, di ingenti patrimoni culturali di ordine archeologico, architettonico, ambientale, naturalistico, gastronomico, etc. In questa direzione ha senso domandarsi se e come si possano individuare delle vie culturali allo sviluppo che superando i modelli dell’industrializzazione leggera del territorio, o del turismo massificato possano alimentarsi ed al contempo accrescere la dotazione di capitale culturale e stimolare la nascita di attività imprenditoriali nei diversi settori dell’economia della cultura.

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La nuova prospettiva riguarda la capacità di risorse locali di tipo culturale di divenire un’opportunità strategica e un invidiabile asset per tutte quelle comunità che sono rimaste ai margini del processo di civilizzazione industriale.

L’altra modernità delle aree deboli è riferita al valore (anche economico) che oggi assumono le pratiche che definiscono diversi aspetti della loro cultura materiale. Potrebbe apparire un paradosso, ma le comunità che negli ultimi cento anni hanno opposto le maggiori resistenze o sono rimaste ai margini del processo di civilizzazione industriale, contrapponendosi all’atomizzazione del soggetto e all’avanzare di una società standardizzata, si trovano oggi in una posizione privilegiata poiché i loro stili di vita possono essere valorizzati in termini di economia della cultura e di produzione di contenuti di tipo territoriale per la nascente net society.

E’ possibile cercare di proporre una chiave unificante tra due aree tematiche – lo sviluppo locale e le risorse ed i beni culturali – cioè ragionare sulla necessità di ogni area territoriale, di ogni piccola realtà economico-sociale, di analizzare e condividere le proprie vocazioni, i punti di possibile connotazione della propria identità futura e del proprio sviluppo? Ed è possibile, lungo questo filone di ragionamento, interpretare la cultura ed i giacimenti culturali non come un plus territoriale ma come un elemento strutturale dello sviluppo socioeconomico, un settore in grado di generare filiere, nuove professionalità, nuovi opportunità di sviluppo?

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Certamente va osservata la tendenza a coniugare il rapporto tra cultura e sviluppo locale nei termini, interessanti ma spesso anche riduttivi, di Economia della Cultura e di aziendalizzazione del sistema culturale. Una visione autocentrata sull’impresa culturale e sull’organizzazione produttiva che assimila le risorse culturali a fattori produttivi su cui investire finanziariamente e formare professionalmente figure dedicate al suo marketing. Un’idea che pone attenzione ed enfasi sul raggiungimento dell’eccellenza imprenditoriale ed artistica nel campo della gestione di beni culturali, ma che lascia in parte o del tutto aperto ed irrisolto il problema dello sviluppo socioeconomico del territorio e della crescita dei consumi culturali dei suoi abitanti.

D’altra parte, e per lungo tempo, beni archeologici, giacimenti culturali, rilevanti patrimoni di ordine archivistico, bibliografico, architettonico, etc sono stati oggetto di insufficienti interventi mirati sia alla conservazione che alla loro valorizzazione e fruizione. Questa carenza di sensibilità e di attenzione ha determinato, soprattutto nel corso di buona parte di tutto il ‘900, una progressiva marginalizzazione e sottodimensionamento sia degli interventi diretti alla salvaguardia, alla conservazione ed al recupero/ripristino del patrimonio storico-artistico, che alla sperimentazione di formule, metodi ed attività diretti alla loro concreta valorizzazione e fruizione.

Sotto diversi aspetti si sono manifestati concreti problemi relativi alla comprensione delle potenzialità generative di questi beni in rapporto allo sviluppo locale e territoriale, alla formazione di economie e di filiere imprenditoriali, a percorsi auto – rinforzanti tra cultura e turismo, alle connessioni tra memoria, identità locale e sviluppo sostenibile. Ha oltremodo prevalso una cultura di tipo ossequiale/estetico/elitaria tesa ad inibire qualsiasi forma di fruizione ed utilizzazione da parte di un vasto pubblico a tutto vantaggio di funzioni scientifiche legate allo studio ed alla conservazione di questi patrimoni.

Solo negli ultimi decenni, si sta manifestando una maggiore consapevolezza sul ruolo e sulla funzione che il patrimonio storico – artistico – culturale può assumere nella definizione delle attitudini di un determinato territorio e sulle capacità – dirette ed indotte – di costituire un volano per la nascita, il consolidamento e la crescita dell’industria culturale italiana.

Una nuova visione delle molteplici finalità dei beni culturali, derivata anche da importanti innovazioni che ne hanno trasformato e valorizzato le funzioni formative ed educative di questi beni, il rapporto tra sfera pubblica ed attori privati, le formule di promozione e gestione dei siti ed il sistema di offerta di servizi aggiuntivi.

Si tratta in questa prospettiva di passare ad una sperimentazione delle capacità generative del capitale e delle risorse culturali, risultato insieme complesso e stratificato sia di evidenze materiali ed immateriali che costituiscono la storia e la memoria di un territorio, che come portato di stili di vita, di percorsi di scolarizzazione, relazione e consumo tra i suoi abitanti.

Testo di Gianmario Folini e Alessandro Scassellati

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