Il ruolo della cultura va cercato anche (e soprattutto) nella sua funzione di attivatore sociale, di straordinario momento di catalisi del pensiero e nella sua capacità di trasformarlo in un progetto capace di creare e di trasmettere senso di identità. La cultura è il canale per eccellenza attraverso cui affermare ed attestare un diffuso orientamento sociale verso il nuovo, il diverso, il non previsto.


Quando la tradizione incontra l'innovazione, genera nuova bellezza Emoticon smile Nella foto qui sotto Richard e Lewyn, due costruttori di muretti a secco hanno realizzato %22l'albero di pietra%22 in granito e ardesia.


La vera sfida diviene quindi quella di produrre nuova cultura e di far sì che questa si integri nel patrimonio esistente e gli dia nuova linfa. Si tratta di una sfida alla quale occorre rispondere con modelli organizzativi adeguati come quello del distretto culturale: un modello nel quale la dimensione di sistema è decisiva e richiede una integrazione complessa tra una quantità di attori quali la pubblica amministrazione, l’imprenditorialità, il sistema scolastico e formativo, gli operatori e le associazioni culturali e la società civile.

Non si tratta di un modello astratto: negli ultimi anni, in tutto il mondo assistiamo ad un proliferare di nuove esperienze che rispecchiano questa logica e ne dimostrano la straordinaria ricchezza di configurazioni possibili. Sono esperienze che prefigurano un nuovo meccanismo di crescita endogena nel quale l’innovazione culturale si traduce in capacità innovativa di sistema, anche attraverso la complementarità con l’innovazione scientifica e tecnologica, creando nuove risorse per la produzione culturale stessa, e aumentando contemporaneamente la qualità della vita e l’attrattività localizzativa del sistema locale. Esistono essenzialmente tre paradigmi alternativi che danno corpo al modello del distretto culturale:

  • quello dell’attrazione del talento creativo “alla Richard Florida”;

  • quello della riconversione competitiva del sistema produttivo “alla Michael Porter”;

  • quello della capacitazione sistematica della comunità locale “alla Amartya Sen”.

Con la parziale eccezione di Florida, nessuno di questi approcci è originalmente nato per dare conto del fenomeno dello sviluppo locale ‘trainato’ dalla cultura, ma nonostante questo essi trovano nella nuova fenomenologia della crescita post-industriale un terreno di applicazione particolarmente interessante. A ciascuno di essi corrisponde infatti una ricca casistica di esperienze che ne esplicitano le potenzialità nel nuovo contesto.


distretto culturale - Punto.ponte


Il successo dei modelli di distretto culturale si fonda in ultima analisi sulla capacità di governance dei processi di accumulazione delle nuove forme di capitale intangibile:

  • il capitale umano e informativo connesso alla produzione di nuove conoscenze e al loro consolidamento individuale e collettivo;

  • il capitale sociale connesso alla sedimentazione di norme di comportamento che permettano alle persone e alle comunità di realizzare forme di mediazione intelligente tra l’interesse proprio e quello di una collettività più ampia;

  • il capitale identitario connesso alla costruzione di un repertorio simbolico ed ideale che identifica il sistema locale e che è in grado di trasferirsi credibilmente ed efficacemente nei manufatti, nelle esperienze e negli stili di vita che esso produce.

Nessuna trasposizione meccanica di modelli sperimentati con successo altrove, compresa quella dei casi di successo di distretto culturale, può perciò funzionare in un contesto nel quale i residenti non siano messi nella misura più ampia possibile in condizione di accedere a – e di utilizzare efficacemente – informazioni e competenze complesse, di relazionarsi in modo costruttivo e cooperativo anche in presenza di potenziali conflitti di interesse sulla destinazione delle risorse collettive, di identificarsi con convinzione in un progetto di senso condiviso che non soltanto ‘parla’ a coloro che contribuiscono a costruirlo, ma anche e soprattutto a coloro che vivono e operano in altri contesti, caratterizzati da altri codici di senso. Il contrario del localismo particolaristico, ottuso e neo-tribale che ha avvolto (e avvolge) come una cappa tanti frammenti del territorio del nostro Paese.

Bisogna dunque evitare le formule magiche e comprendere i rischi insiti in una accettazione troppo passiva e acritica del paradigma dello sviluppo trainato dalla cultura così come viene inteso dal turismo culturale, che potrebbe, paradossalmente, mascherare una paura del cambiamento e la necessità di esorcizzarla, diventando l’ultimo rifugio di chi vuol far finta di cambiare molto per non cambiare nulla.


La subalternità culturale di chi non è più in grado di elaborare autonomamente modelli di riferimento si manifesta nelle risposte kitsch della “folclorizzazione”, la messa in scena del proprio sé sociale al cospetto della clientela turistica. – fotografia Ruralpini

Occorre mettere in atto una vera e propria strategia sociale di investimento nello sviluppo umano individuale e collettivo. In un’economia fondata sulla conoscenza, la vera e decisiva infrastruttura consiste nella dimensione dello spazio mentale delle persone. Un esempio a tutti familiare, utile per capire questi nuovi meccanismi, è quello del vino: se non si hanno sufficienti competenze ed esperienza per gustare le sue qualità organolettiche, per collegare queste alle caratteristiche e alla cultura del territorio che lo ha prodotto, per immergere l’esperienza stessa della degustazione nel giusto contesto di socialità e di condivisione amichevole, per inserire in modo significativo questa esperienza nella definizione del proprio modello di identità e, quindi, nel proprio stile di vita, l’esperienza del bere sarà un semplice tracannare una determinata quantità di alcool, come è spesso avvenuto nel nostro paese per molto tempo, in assenza di una vera cultura enologica diffusa. Solo se si acquisiscono queste competenze e se le si integrano nel proprio palinsesto comportamentale in modo armonico e sensato si sarà in grado di dare all’esperienza di degustazione di un vino di qualità il giusto valore, e si sarà a propria volta disposti a riconoscerlo anche in termini di prezzo di acquisto della bottiglia. Viceversa, solo se il pubblico degli acquirenti possiederà in misura sufficiente queste caratteristiche i produttori di vino potranno permettersi di investire nella ricerca costante della qualità garantendosi margini di profitto accettabili. Se tutto questo accade, nasce un circolo virtuoso del talento e della competenza: quella degli acquirenti crea le premesse per una maggiore competenza dei produttori e dei venditori, che a propria volta stimola quella degli acquirenti, e così via. Il circolo virtuoso attrae nuovi consumatori, e spinge nuovi talenti ad esercitare la propria virtù creativa in questo campo ricco di soddisfazioni economiche e professionali, il mercato cresce, migliora la formazione professionale, si acquisisce reputazione, e così via. In ultima analisi, lo spazio mentale dei produttori e dei consumatori si espande, tende a ricercare e ospitare più informazioni e più competenze, a indurre valutazioni e comportamenti più esperti e motivati, e questo pone le premesse per la creazione di maggior valore economico, e così via. Ma, se queste competenze non si formano e non si consolidano, gli acquirenti sono interessati soltanto ad avere un po’ di alcool a poco prezzo, i produttori devono abbassare la qualità, soffrire la concorrenza di chi produce male, ma a costi bassi, e quella stessa economia che poteva fiorire è condannata al declino. Le stesse tre forme del capitale intangibile corrispondono ai momenti di questo ciclo sociale del talento e della competenza:

  • il capitale umano a quello in cui i talenti e le competenze emergono;

  • il capitale sociale a quello in cui danno luogo ad atteggiamenti condivisi e a nuove norme di civiltà sociale;

  • il capitale identitario a quello in cui si codificano e acquisiscono una visibilità e una attrattività sempre più ampia.

La dimensione dello spazio mentale delle persone è dunque la vera e decisiva infrastruttura della nuova economia, che ci porta a misurare il potenziale di sviluppo attraverso alcuni semplici indicatori come, ad esempio, il livello di alfabetizzazione tecnologica, la diffusione della conoscenza delle lingue straniere, l’estensione e la qualità del networking delle comunità locali con altri contesti innovativi e aperti alle nuove idee. Come nel caso del vino, in assenza di queste competenze basilari le condizioni stesse per la creazione del valore vengono a mancare. Una società ed un’economia che sono ancora immerse nella cultura ormai superata del consumo di massa, che lusinga il consumatore e lo convince che tutto ciò che deve fare è arrendersi ai propri desideri (ovvero lo re-infantilizza e lo de-responsabilizza) invece di accendere la curiosità verso il cammino di auto-miglioramento, di scoperta delle proprie potenzialità inespresse, della ricerca di nuove forme di esperienza motivanti e appaganti, non hanno nessuna chance di avere un ruolo da protagonista nel nuovo scenario, esattamente come farebbe una azienda vinicola che decidesse di puntare oggi tutto il suo sviluppo sul vino da taglio a basso costo.

Vignaviva Agroenologia 1



Testo di GianMario Folini e Alessandro Scassellati

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