Come è possibile, oggi, nell’epoca della mondializzazione, pensare di preservare dall’ondata omologante la singolarità paesaggistica e identitaria dei luoghi?

La tendenza a rendere somiglianti tutti i luoghi del mondo, a dispetto delle loro diversità culturali e geografiche, è resa pressoché irresistibile dalla potenza livellante della tecnica: là dove essa arriva, tutte le forme dell’esistente subiscono una rifusione all’interno del suo linguaggio in-differente, il pluriverso e la differenziazione si trovano ad essere più o meno rapidamente sostituiti dall’uni-formità, che spiana il terreno a quell’altra potenza di deculturazione che è l’economia di profitto. In nome delle presunte necessità della competizione economica, d’altra parte tutto ciò non è che l’inevitabile conclusione dello sforzo tecnologico del secolo che si è ingegnato a fare dei luoghi una tabula rasa, utilizzando i territori come spazi amorfi nei quali dispiegare liberamente le strategie di pianificazione e di massimizzazione economica.

sprawl in Valchiavenna (SO)

Così quella che oggi si dà a vedere è un’immagine dei luoghi senza profondità né sostanzialità storica; nella migliore delle ipotesi un mero scenario, una rappresentazione estetica o una semplice segnaletica di valori storici, tradizionali e culturali per una rapida fruizione turistica.
Se ogni comunità o cultura deve poter mantenere le sue caratteristiche attraverso un senso di appartenenza ai luoghi, vorrà dire che occorrerà contemplare altri valori e altri criteri oltre a quello economico, che, se assunto nella sua assolutezza, agisce come elementarizzazione e imbarbarimento delle forme di vita, producendo innumerevoli scompensi, disagi e anche diseconomie. L’identità dunque, più che un’immobilità e un possesso automatico, è un ritornare presso di sé, ossia un costante e necessario ricollegarsi al proprio orizzonte culturale, ogni volta interpretandolo e rendendolo così sempre vivo e attivo, forza di trasformazione, ma anche di continuità senza la quale ogni identità sarebbe impossibile; dunque anche compito, elaborazione, cura di una dimensione senza la quale tutto non sarebbe che la barbarie regressiva e dissolvente della deculturazione, dello sradicamento, della perdita di orientamento e orizzonte.

Buongiorno contadini custodi dell'agro biodiversità alpina in fotografia campo di grano saraceno autoctono a Teglio versante orobico ☺
contadini custodi del grano saraceno autoctono di Valtellina a Carona

Ripensare alla questione del paesaggio non come qualcosa che compete esclusivamente alle istituzioni preposte alla loro tutela, o come un oggetto abbastanza astratto di cui si occupano l’estetica o la geografia, e neppure come la posta in gioco delle battaglie ecologiste. Compete innanzitutto a chi vive ed abita questi luoghi. Ciò che chiamiamo “paesaggio” sono i luoghi nei quali abitiamo, viviamo e dove, prima di noi altri hanno vissuto e, si spera anche dopo, altri potranno vivere e abitare. E’ un palinsesto complesso e sensibile di azioni, memorie, identità: si tratta di una sorta di diagramma del senso che una comunità o una cultura ha riconosciuto al proprio abitare, tramandandolo nella configurazione visibile del proprio paesaggio, rendendo visibile ai posteri l’amore e l’identificazione con la propria terra attraverso la cura rivolta ad essa lungo i secoli. E’ quanto ci permette di “sentirci a casa”, di riconoscerci nell’appartenenza a un ben preciso orizzonte, che non è mai soltanto il risarcimento estetizzante e momentaneo di una fruizione turistica, ma, appunto, il sentirsi parte di quella cultura e di quelle tradizioni che hanno informato di sé i luoghi, ricevendone in cambio possibilità e ricchezza simbolica.
La conservazione delle aree interne, e la loro valorizzazione a fini turistici, non risponde soltanto ad istanze di tipo ambientale (tutela del paesaggio), etico-culturale (tutela dei patrimoni) ed estetico (tutela dei paesaggi) ma si dovrebbe porre soprattutto come strumento di programmazione territoriale che punti all’autosostenibilità dello sviluppo. Gli attori sociali del territorio (amministratori, operatori turistici, operatori culturali, agricoltori, pubblici cittadini) infatti sono gli unici in grado di condurre il processo di costruzione del prodotto turistico-ambientale attraverso l’individuazione, la valorizzazione e la promozione di una serie di componenti valide ad alimentare e a supportare la catena del valore turistico.

viticoltura in Valtellina. Fotografia di Serena Bracchi

La valorizzazione del territorio agricolo e collinare è divenuto un tema a cui la popolazione, le imprese, e il turismo sono diventati più sensibili nell’ultimo decennio, dopo un periodo di scarsa affidabilità percepita dai cittadini. La fiducia della popolazione è divenuta fondamentale per attivare circoli virtuosi nella valorizzazione dell’agricoltura, con un’attenzione per la tracciabilità delle filiere, per la tutela del territorio, per l’identificazione dei prodotti con il territorio di provenienza e per la valorizzazione del paesaggio come elemento integrante del prodotto.
È importante rafforzare la promozione di “pacchetti” per mostrare il territorio all’esterno, sia in termini di prodotti, che come luoghi di straordinario interesse, sia nei confronti dello sviluppo da parte delle aziende agricole che può armonizzarsi, anzi trarre dal contesto territoriale di riferimento la sua forza.
Quale forma di contrasto alla frammentazione delle aziende agricole, è possibile osservare, già nelle buone pratiche odierne così come nelle potenzialità future, la messa in rete delle risorse attraverso la valorizzazione del turismo insieme alla tutela dei borghi storici.
Questa potenzialità può essere però sostenuta solo con la collaborazione dei produttori, (compresi gli allevatori), dei proprietari delle risorse storiche ed in particolare dei beni culturali, ma anche di soggetti come le associazioni sportive (per il turismo a piedi, ad esempio). Allo stesso modo, deve essere stimolata e valorizzata la curiosità del turista che ha desiderio di scoprire luoghi rari, e storie uniche. Tanto occorre fare in tema di promozione del territorio.
La valorizzazione delle risorse (naturali, paesaggistiche, culturali, sociali ed umane) e delle conoscenze locali, recuperate, acquisite e trasformate nel quadro di percorsi di sviluppo sostenibile è il filo conduttore di un possibile progetto di rivitalizzazione del territorio e di possibili risposte positive ad un processo di spopolamento delle aree interne e della perdita di carattere identitario.

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