Nell’articolo pubblicato sul quotidiano La Provincia di Sondrio “Mele sotto pagate, colpa di Melavì” – si delinea che anche per la stagione 2016 – 2017 la mela IGP di Valtellina andrà incontro a problemi legati alla valorizzazione economica del prodotto. Ma la “responsabilità” di questa situazione è interamente attribuibile al principale operatore frutticolo, e cioè al consorzio Melavi? Oppure è più corretto l’utilizzo di un plurale, a sottolineare che la crisi strutturale della frutticoltura valtellinese è il risultato di una carenza di visione, di funzioni manageriali e di capacità di assumersi delle responsabilità rispetto allo sviluppo di una filiera della mela IGP Valtellina? 

erre alte il conoide di Ponte in Valtellina (So) specializzato nella coltivazione di mele secondo le direttive della lotta integrata. fotografia aerea di Jacopo Merizzi
il conoide frutticolo di Ponte in Valtellina (So) – fotografia di Jacopo Merizzi 

Certo, sarebbe stato opportuno, nel momento della fusione tra le tre cooperative valtellinesi che hanno poi dato vita a Melavì, l’elaborazione di un piano di sviluppo strategico più che industriale. In quell’ambito (forse) una scelta che andava forse fatta riguardava la creazione di una società dedicata alla commercializzazione. Un’azienda magari nemmeno cooperativa (come ci insegnano le tante esperienze delle cooperative agricole emiliane in tema di commercializzazione), staccata e diversa rispetto ad una realtà che rimane sostanzialmente un centro di raccolta del prodotto, e quindi una cooperativa di produttori e di conferitori, con in più le funzioni aggiunte dello stoccaggio, del confezionamento e della logistica.

Le altre responsabilità dirette e indirette di Melavì dipendono in larga misura da un sistema frutticolo ancorato alla visione del prodotto e non del processo – servizio. Oggi in Valtellina si producono mele simili per varietà a quelle coltivate in larga parte del mondo, le famose 8 varietà che da sole fanno l’80 – 90% della produzione mondiale. E se produci mele globali (tra l’altro ancora utilizzando parzialmente sistemi di gestione del frutteto con chimica di sintesi) sei all’interno di un mercato globalizzato dove le “regole” ed i prezzi non sono certo decise dai frutticoltori – produttori valtellinesi. Serve a ben poco, da questo punto di vista, lo sforzo di accreditarsi con il marchio Mele di Valtellina IGP visto che il “prodotto” non ha nessuna caratteristica distintiva (e quindi nessun valore distintivo) se non quella riferita alla zona di produzione (si veda il rapporto di GreenPeace 2015 “Il gusto amaro della produzione intensiva di mele“).

Ma d’altra parte i frutticoltori valtellinesi, nella generalità dei casi, sono rimasti solo e unicamente dei “produttori“, la figura dominante dell’agricoltura del ‘900, che estraggono valore aggiunto unicamente dal prezzo delle mele fresche. Va da sè che se scelgo di produrre mele globali, ed al contempo di vendere il prodotto senza nessuna valorizzazione varietale distintiva e di filiera, l’unica politica che posso perseguire è quella di aumentare le produzioni per ettaro. Quindi investimenti e adesioni a sistemi di mele brevettate e/o a marchio proprietario che di fatto trasformano il frutticoltore in un operatore di macchine agricole più che in un imprenditore agricolo. Marchi e brevetti per mele griffate che tuttavia non hanno incontrano un grande entusiasmo da parte dei frutticoltori valtellinesi. E questo perchè si tratta di scegliere di re – investire sulla mela e, se non credi al futuro di questo prodotto, ti vieni a trovare nella situazione di avere molti frutteti “adulti” e obsoleti da un punto di vista varietale e produttivo.

RockIt e packaging

In questo turbolento contesto la proposta di Melavì si è concentrata su Rockit, una mela da marketing e per il marketing (di nuovo) del “prodotto” e non del “processo“. Una mela che da questo punto di vista ha poche qualità intrinseche (ambientali, ecologiche, nutraceutiche…) se escludiamo i benefici derivati dall’essere una mela a marchio brevettato, e con aspetti problematici sia sul versante commerciale che su quello logistico – distributivo. 

Occorre forse provare a pensare ad frutticoltura di montagna distintiva rispetto quella globale, industriale ed energivora, diretta dalla grade distribuzione organizzata e dalle multinazionali della chimica e dei marchi – brevetti.  

Ragionare sul futuro della frutticoltura valtellinese vuol dire innanzitutto assumere la piccola dimensione dell’impresa agricola e della limitata produzione locale (400mila quintali secondo Coldiretti) come input di partenza. In questo contesto può avere significato una frutticoltura di montagna che produce frutta (e non più solo mele) per le tante nicchie del consumo responsabile e in-sostenibile. Una frutticoltura di montagna collegata a produzioni di qualità all’interno di un sistema ambientale e di biodiversità. Un sistema in grado di generare ed incorporare “nuovi valori“. Da quelli derivati da articolato sistema di varietà “nologo“, a quelli più sofisticati collegati allo sviluppo di pezzi di filiera: dietetica, nutraceutica, cosmesi, bioplastiche, turismo.     

Mele a maturare sull'aia di Raffaele Boccella. La bellezza dell'agricoltura rurale più autentica. Con

Partiamo con i piedi per terra e vediamo cosa è successo a Malles, un luogo emblematico e quasi mitologico nel panorama italiano della produzione di mele. L’impronta ecologica della frutticoltura dei prossimi anni nelle aree alpine e di montagna avrà come centro il biologico e tornerà ad essere comunitaria e territoriale, e cioè dovrà contribuire alla qualità del sistema locale, promuovere forme di occupazione qualificata, stimolare e supportare un allungamento della filiera, sostenere l’innovazione continua e cioè, alla fine, essere capace di ridurre il suo impatto ambientale.

Se il tratto identitario e comunitario saranno due degli elementi costitutivi della frutticoltura di montagna del prossimo futuro, c’è da chiedersi quali siano le “altre” responsabilità da cui ci si deve certamente aspettare una reazione propositiva per avviare la lunga marcia del cambiamento:

  • dagli enti locali, in primis dai Comuni, di fronte agli evidenti problemi di salute pubblica generati (e sempre taciuti) dall’attuale modello di frutticoltura. La ricerca attraverso gli strumenti urbanistici (PGT) di un nuovo rapporto tra agricoltura, ambiente, e consumo di suolo.
  • da parte di chi dovrebbe monitorare la qualità del sistema ambientale così da farla diventare uno strumento di certificazione del prodotto destinato alla comunicazione e al marketing territoriale;
  • da parte di chi gestisce il sistema dei contributi all’agricoltura (di montagna) che dovrebbe accompagnare con risorse finanziarie e professionali adeguate la fase di transizione da una frutticoltura convenzionale ad una (quantomeno) biologica;
  • da parte dei “promotori di marchi” attualmente attestati sulla produzione di burocrazia e sulla spettacolarizzazione pubblicitaria di eventi sportivi, verso forme di Comunicazione sulla qualità del sistema territoriale dove si produce frutta per il consumo fresco;
  • infine, ma non per ultimo, da parte di chi si occupa di assistenza tecnica, visti i colpevoli ritardi nel promuovere e nel sostenere una frutticoltura (almeno) a marchio biologico per la Valtellina.
intervento fitosanitario a Ponte in Valtellina

Oggi la Valtellina vive all’interno di un paradosso: si trova “nel mezzo” tra un’area ex industriale come la Valle Camonica che diventa Bio Distretto, e la Val Poschiavo che diventa 100% Bio, la prima valle alpina interamente biologica. La Valtellina è circondata dal biologico, e da esperienze di territori agricoli che iniziano ad orientarsi verso sistemi di produzione identitari e comunitari a marco biologico (di prodotto) caratterizzati dallo sviluppo di processi – servizi di filiera.

Certamente Melavì ha le sue responsabilità in/per questa situazione di crisi strutturale della frutticoltura di valle, ma più gravi a me paiono le responsabilità di chi ha lasciato che la frutticoltura si sviluppasse come settore a sè senza più rapporti con il territorio e le comunità locali. Una frutticoltura (e un’agricoltura di montagna) che tra l’altro presenta pochi punti di contatto con il turismo locale. Una frutticoltura dotata delle reti lunghe della commercializzazione, ma quasi priva di reti corte rappresentate dal consumo locale. Una frutticoltura ancora tutta centrata sul mito della quantità e per questo muta e passiva rispetto ai grandi temi che agitano il mondo agricolo.

Le mele antiche di ProSpecieRara
Le mele antiche di ProSpecieRara

Vi sono per concludere alcuni altri piccoli temi su cui aprire una riflessione :

  • di valore etico, sulle modalità di accoglienza e utilizzo di manodopera soprattutto di origine straniera durante la raccolta delle mele.
  • di sostenibilità dei consumi idrici, a fronte del cambiamento climatico con la parziale riconversione dell’impianto pluvi-irriguo, e un’adeguata gestione economica e manageriale del Consorzio Sponda Soliva.

Un processo di riconversione che richiederà molto tempo, risorse economiche e umane, e una nuova leadership, ovviamente a condizione che si voglia veramente cambiare.

di GianMario Folini


Riferimenti

  1. Malles – Mals in Val Venosta il primo comune libero da pesticidi
  2. Mele e pesticidi, Greenpeace esamina anche frutti trentini
  3. La Frutticoltura alpina tra il “non più” e il “non ancora”
  4. Il gusto amaro della produzione intensiva di mele – Rapporto di Greenpeace, giugno 2015
  5. Poco, buono e locale: la biodiversità salva l’agricoltura alpina

Il “tempo delle mele” in Lombardia – articolo di Valtellina News del 20 agosto 2016

La Lombardia, con un patrimonio di circa due milioni e mezzo di piante, dovrebbe raccogliere – stima la Coldiretti regionale – quasi 600mila quintali, di cui oltre 400mila in Valtellina. La “vendemmia” inizia con le Gala e poi si continuerà con le altre varietà, come le Golden, le Red Delicious, le Pink Lady, le Modì e le Fuji.

Per quanto riguarda la “classifica dei meleti” – spiega la Coldiretti Lombardia – quasi il 67% è concentrato in Valtellina in aumento rispetto al 59% di dieci anni fa. Al secondo posto si piazza Mantova con l’11,5% dei terreni, che però nel 2006 erano il 18% del totale regionale, infine terza è Pavia con il 10% anche se è arretrata rispetto al 14,5% di un decennio prima. A livello lombardo in dieci anni i meleti si sono ridotti del 5%. Mentre in Italia – spiega la Coldiretti – la superficie coltivata in generale a frutta è passata da 426mila ettari a 286mila, con un crollo del 33% in 15 anni. A determinare la scomparsa delle piante da frutto è stato il crollo dei prezzi pagati agli agricoltori che non riescono più a coprire i costi di produzione.

Ad esempio, per le mele quest’anno si parla già di “quotazioni sul ramo” tra i 27 e i 28 centesimi medi al chilo. “Con prezzi così bassi non andiamo lontano – spiega Alberto Marsetti, Presidente di Coldiretti Sondrio – si mette a rischio una filiera che fra addetti fissi e stagionali coinvolge a livello lombardo più di duemila persone e che solo in Valtellina vale oltre cento milioni di euro alla produzione. Il sistema delle cooperazione deve garantire un reddito maggiore ai propri aderenti e va approfondito un ragionamento anche con la parte più virtuosa della grande distribuzione per permettere una reale valorizzazione delle nostre mele”.

Per bere un caffè al bar – spiega la Coldiretti Lombardia – gli agricoltori dovrebbero dare in cambio almeno 4 kg di mele, mentre per portare a casa un chilo di pane devono mettere sulla bilancia 15 kg di mele. E tutto questo – conclude la Coldiretti regionale – per un frutto che ha innegabili qualità organolettiche e salutistiche: è ricco di vitamine (A e C), sali minerali e fibre, è un disinfettante naturale per l’intestino e va bene per le diete e un’alimentazione bilanciata grazie al contenuto di fibre, oltre a essere molto versatile in cucina sia sul salato e che sul dolce.

IL “TEMPO DELLE MELE” IN LOMBARDIA

TERRITORIO 2016

(in ettari)

2006

(in ettari)

DIFFERENZA

(in ettari)

Sondrio 1.038 962 +76
Mantova 178 291 -113
Pavia 155 237 -82
Brescia 97 109 -12
Cremona 23 11 +12
Bergamo 22 10 +12
Milano+Monza 16 3 +13
Como 8 6 +2
Varese 7 3 +4
Lecco 7 4 +3
Lodi 3 0 +3
LOMBARDIA 1.553 1.636 -83

FONTE: Elaborazione Coldiretti Lombardia su dati Regione

 

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