Il dibattito sulle trasformazioni del turismo nelle aree alpine non può che partire da alcuni dati di realtà:

  • la progressiva perdita di competitività e di appeal dei grandi attrattori rappresentati dalle stazioni invernali;
  • la crisi strutturale delle società di gestione degli impianti di risalita correlata agli effetti del mutamento climatico sui regimi nevosi;
  • la diffusione di comportamenti di vacanza sempre più imprevedibili ed al contempo orientati alla sostenibilità, alla mobilità dolce, al biologico;
  • la difficoltà nello sviluppare servizi aggiuntivi in relazione alla formazione di professionalità e competenze in territori a scarsità demografica.

Come qualsiasi processo di mutamento, il passaggio dal turismo ai turismi può essere visto ed interpretato in due modi tra loro divergenti ed opposti:

  • come chances per ridiscutere forme, modi, organizzazione e formule imprenditoriali, ovvero come opportunità “rigenerativa” di un settore attraversato da potenti segnali di declino;
  • come dramma, come lamento finalizzato a riproporre soluzioni e strumenti tradizionali in modo da lasciare le cose esattamente come sono sperando che la crisi, come l’influenza, sia destinata a passare.

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Se d’altra parte vogliamo capire perché il turismo delle aree alpine esprime una bassa capacità competitiva che si manifesta soprattutto in termini di domanda qualitativa, é necessario richiamare alcuni dei processi che lo hanno attraversato e infrastrutturato.

E’ possibile individuare una via al turismo della piattaforma alpina? Con uno sguardo retrospettivo, questo settore si è organizzato intorno all’idea che l’investimento in tempo libero ed in attività ricreative si potesse sviluppare secondo una direttrice verticale. Un sistema organizzato per poli e non per aree sistema, un settore che ha inteso la montagna in senso altimetrico e che ha fatto della neve la principale, se non l’unica, risorsa utilizzabile a fini turistici. Un’impostazione che trovava la sua legittimazione nel clima sociale e culturale degli anni ’60 e ’70: i tempi della vacanza erano scanditi dai ritmi industriali nei quali la competizione turistica si giocava essenzialmente in ambito domestico e tra stazioni sciistiche dove il turista esprimeva principalmente un bisogno di infrastrutture per uno svago semplice e lineare.

Oggi nell’epoca dell’immateriale, il turismo diviene qualcosa di molto più complesso e sofisticato: il turista è cambiato in senso antropologico, sceglie con un livello di domande e di attese certamente più evolute e su una base di offerta tanto ampia da comprendere l’intero globo terrestre. Si è differenziato per gusti, orientamenti, stili di vita, disponibilità di tempo. Oggi, infatti, si parla di turismo “neotribale”, ad indicare che non esiste più il turista generalista, cioè la figura del turista massificato con connotati sociobiografici e comportamentali prevedibili e per questo facili da organizzare, ma un soggetto molteplice che fa riferimento a tribù ed a tanti modi di intendere la vacanza, il divertimento, il tempo libero, l’attività sportiva.

Urban Tribe by Ozora Festival

Un “consumatore d’appartenenza” che cerca sul territorio le sue modalità di fruizione del tempo e dello spazio, che interpreta la neve solo come uno dei tanti, possibili, modi di affermare la sua individualità, la sua identità, che sempre più è complessa e mutante. E’ un consumatore orientato ai servizi ed è in grado di valutarli sia in termini di presenza/assenza ma anche in termini di qualità, dal momento che possiede un bagaglio di esperienze ed ha la possibilità di scegliere tra un’offerta turistica oramai globalizzata.

Soggetti che interpretano queste tendenze si possono scorgere, se ci riferiamo al turismo valtellinese, in alcune aree rimaste, non a caso, marginali rispetto ai grandi poli del turismo. In Val di Mello da più di un ventennio si dà appuntamento la comunità internazionale dell’arrampicata libera, lungo il sentiero Valtellina si possono vedere decine di “cicloturisti” in tutti i giorni dell’anno, a Montespluga le “bande” tedesche di centauri che transitano verso l’Alto Lario, in Val Bodengo i cultori del canyoning.

Turismo esperienziale by Punto.ponte

Per intercettare il turista neo tribale bisogna specializzarsi, professionalizzarsi, differenziarsi. Bisogna ripensare all’offerta turistica in termini complessivi a partire dagli alberghi e dalle strutture ricettive, ma soprattutto occorre iniziare a osservare cosa fanno e cosa stanno facendo gli altri cercando di capire e di imitare. Da più di 10anni si sono formati Consorzi alberghieri che si sono specializzati nel target “famiglie con bambini”: hanno ristrutturato gli alberghi investendo in sicurezza, hanno riorganizzato il servizio di ristorazione in funzione degli orari della clientela, hanno riconfigurato la dieta alimentare introducendo la merenda e dei menù appositamente studiati per i bambini, hanno acquistato letti, posateria, seggiole, hanno adibito aree gioco, offrono servizi di animazione e di babysitteraggio, hanno sviluppato un rapporto di sponsorizzazione (e in alcuni casi di co-marketing) con le case produttrici di prodotti per l’infanzia, mirano le loro campagne promozionali e i loro investimenti non più nelle grandi fiere generaliste del turismo come la BIT di Milano, ma su altri mezzi più orientati a questo specifico target.


Sculpture by John V. Wilhelm

 La via al turismo alpino si è sviluppata anche attraverso “grandi” eventi sportivi indirizzati più cha altro al circuito mediatico e televisivo. Un modello che risulta proficuo a breve termine, perché produce visibilità e consenso, ma dipendervi per fare volumi turistici, promozione ed immagine può essere a lungo termine rischioso. Il perché è presto detto: su questi eventi le località turistiche hanno un controllo molto limitato. A questo si collega il problema della qualità dell’occupazione generata da questo tipo di politiche di promozione turistica, che è spesso a basso reddito, part-time, caratterizzata da nessuna specializzazione e con un basso livello di soddisfazione.

Con questo arriviamo al secondo punto nevralgico, il turismo neotribale non si intercetta con i soli fattori naturali, ambientali e paesaggistici ma con una valorizzazione della storia economica, produttiva, sociale e culturale del territorio. Occorre integrare allo sviluppo verticale quello orizzontale, ridiscendere dalle Terre Alte verso il fondovalle, riconsiderare tutto il territorio non solo come asse stradale per la mobilità del turista “fai da te” ma come il luogo dove si è sviluppata la civiltà materiale delle comunità alpine.


Un territorio che presenta un’abbondanza di risorse da valorizzare e per rimanere in Valtellina ci possiamo riferire ad esempio alla memoria degli stabilimenti per la produzione di birra di Chiavenna, dai giacimenti gastronomici, dalla produzione dei pezzotti di Ponte a quella della gioielleria di Grosio, dalle lavorazioni della pietra ollare in Valmalenco e in Val Chiavenna, alla cultura artigiana diffusa sul territorio nella lavorazione del legno, dalla filiera del pane di segale alle agro biodiversità alpine.

Abbiamo molto da apprendere da chi ha avuto l’intelligenza e la capacità strategica di ricercare un proprio modo di fare sviluppo turistico partendo da un uso integrato e sistemico delle risorse. In questo senso il destino del settore turistico nelle aree alpine è anche strettamente connesso alla formazione di una nuova classe imprenditoriale capace di individuare e selezionare scenari e percorsi di sviluppo che non si consumino nella superate immagini di collegamenti stradali veloci, insediamenti residenziali, tecnologie per l’innevamento artificiale, e grandi eventi sportivi. Insomma, imparare a cogliere i segnali deboli per trasformarli in percorsi di sviluppo sostenibile.


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