395218_4560251335068_1547656922_nLoredana Piacentino, laureata in Antropologia, ha studiato e studia danza contemporanea, contact improvisation, e teatro fisico. Lavora come regista nel carcere con i disabili e in luoghi di conflitto. Ha seguito diversi progetti in Israele e Palestina utilizzando il teatro come risoluzione dei conflitti sociali. Ha prestato la sua opera come volontaria durante il progetto di accoglienza di 10 ragazzi profughi a Lunalpina Fattoria Creativa di Castione Andevenno (SO). L’abbiamo intervista per farci raccontare la sua esperienza nell’accoglienza ai profughi.


D: ci racconti l’esperienza di accoglienza a Lunalpina?

R: Io sono un’antropologa che ha fatto ricerca in Africa, per cui sono stata contattata da Nadia Lotti di Lunalpina proprio perché era in arrivo questo gruppo di profughi di origine africana, tutti provenienti dall’Africa sub sahariana, e specificatamente 6 sono del Ghana – l’area dove io ho precedentemente lavorato – 2 della Nigeria e 2 della Nuova Guinea. A Lunalpina sono arrivati a scaglioni: prima sono arrivati i 6 del Ghana, erano molto provati dal viaggio, e fare una prima accoglienza in queste condizioni è stato un lavoro duro per noi visto che non siamo un vero e proprio centro di accoglienza. Sono arrivati con il barcone dalla Libia in Sicilia, sono stati trasferiti a Milano e la Prefettura di Milano li ha smistati qui. Appena arrivati erano in condizioni precarie, stanchi, alcuni avevano subito delle violenze in Libia, altri le hanno subite prima di salire sul barcone. Del viaggio pochi hanno un ricordo chiaro perché questo elemento traumatico ha fermato la memoria. Quando si parla della traversata del Mediterraneo molti dicono di non ricordare niente; ricordano solo le tante persone sull’imbarcazione, e non ricordano nemmeno se hanno avuto un supporto da parte di altre imbarcazioni durante il viaggio. Mentre, altre cose, riescono a raccontarle più serenamente, alcuni racconti per esempio sono stati fatti durante le nostre attività durante le quali cerchiamo di creare un clima favorevole e intimo dove ognuno possa esprimersi liberamente. Cerchiamo di abbassare la tensione con delle attività teatrali, facciamo un lavoro di integrazione nel gruppo parlando anche delle nostre esperienze così da dimostrare che anche noi ci mettiamo in gioco. Questo con la finalità di creare un clima dove non è sempre presente la distinzione “noi” e “loro”, cioè la barriera culturale che spesso separa due mondi che sembrano così distanti.

D: su quali elementi fai leva nel tuo lavoro di relazione?

R: E’ importante lavorare per il superamento della paura che non ci fa incontrare “l’altro”. E questo l’abbiamo visto anche rispetto all’impatto sul territorio; quando è arrivata la notizia dell’arrivo dei profughi questo ha scatenato gli animi della popolazione locale. I media italiani in particolare non raccontano sempre e propriamente la verità e poi, purtroppo, le persone ci credono. Quello che è importante è vedere come le persone di questi luoghi sono cambiate negli atteggiamenti: all’inizio leggevi la paura, e l’incertezza, l’incapacità di capire perché. A Nadia è stato detto: “ma che cosa ti è venuto in mente di fare, di portarci questa gente qui?”. Questa “gente” si è poi trasformata in una risorsa tanto che abbiamo ricevuto inviti da parte della comunità emolta gente ci è venuta a trovare. Padre Gianni per esempio, un padre missionario comboniano originario di Triangia, che attualmente si trova qui, ha detto pubblicamente “questi ragazzi rappresentano una possibilità di incontro per questa comunità che non si sta incontrando e che pur andando a messa tutte le domeniche non si guarda nemmeno negli occhi“. Questo messaggio è stato molto forte, Padre Gianni ha poi aggiunto: “queste persone possono insegnarci molte cose, perché in Africa il primo piatto viene dato all’ospite proprio come espressione di accoglienza”. C’è stata una serata ad Oikos in cui abbiamo invitato alcune figure istituzionali proprio per favorire l’incontro. Non abbiamo ricevuto però una risposta positiva da tutti.

D: ci parli del loro rapporto con la modernità?

R: Quando parlo di relazione di aiuto, secondo me, è molto importante pensare che queste persone sono qui perché le condizioni nei loro paesi di origine sono state generate anche dal colonialismo. La modalità “buonista” pensa che sia sufficiente fornirgli da mangiare e da vestirsi, ed infatti alla nostra richiesta di aiuto che abbiamo fatto pubblicamente abbiamo ricevuto questo tipo di risposta: cibo, vestiti e scarpe senza nemmeno porsi il problema anche solo di gestire questo tipo di aspetto. Alla fine i ragazzi si vedono arrivare queste cose e però non forniamo degli strumenti per costruire il loro futuro qui. Io rifaccio l’appello alle aziende locali perché interagiscano con noi. Finora abbiamo avuto qualche privato che ci ha proposto di farsi aiutare dai ragazzi per la vendemmia. Queste sono proposte concrete per attivare un percorso dentro il mondo del lavoro. Anche all’interno del volontariato si potrebbero strutturare dei percorsi di inserimento. Loro sono capitati in un territorio particolare, e io ci ho riflettuto tanto, non sono finiti in una grande città e quindi è aumentato il loro spaesamento. All’inizio mi chiedevano: “ma dov’è la città?”, “ma perché non ci portate in città?” e allora li abbiamo portati a Sondrio. E’ il mito della grande metropoli, del consumismo della grande metropoli, lo sognano perché in Africa arriva questo messaggio, che il possedere tanto è più importante dell’essere. Questo è il messaggio che abbiamo portato con il nostro modello occidentale . Qui stiamo cercando di creare con loro un nuovo modello dove con poco riusciamo a creare tanto. Il Ghana, che è il paese africano che conosco meglio, è un paese molto ricco dal punto di vista naturistico, gran parte delle foreste sono state però abbattute per fare coltivazioni di palma da cocco, per produrre l’ olio di palma che troviamo in tutti i nostri alimenti, moltissimi terreni per il fenomeno del Land Grabbing vengono acquisiti dalle multinazionali con modalità che non favoriscono la popolazione locale e esiste il rischio concreto che le popolazioni locali perdano potere di controllo e di accesso sulle terre cedute e sulle risorse naturali collegate alla terra e ai suoli, come, ad esempio, l’acqua.

D: quale è il loro patrimonio formativo e professionale?

R: Ci dobbiamo chiedere che tipo di risorsa possono rappresentare queste persone non cadendo nel buonismo del dare cibo, del riempirli di cibo per poi abbandonarli. Sono delle persone che hanno degli strumenti, molti di loro hanno delle professionalità chi nel campo agricolo, chi nell’artigianato, alcuni hanno anche studiato. In Africa generalmente le scuole sono private, per cui molti arrivano alle scuole elementari, pochi arrivano alle scuole superiori, e pochissimi all’Università, per cui il loro livello di istruzione scolastica è molto basso. Nelle lezioni di italiano che teniamo troviamo spesso delle difficoltà perché alcuni non sanno scrivere. Dimostrano però una notevole capacità di apprendimento anche in relazione alla loro volontà di comunicare. Cerchiamo quindi di adottare tecniche interattive che favoriscano anche un apprendimento della lingua attraverso il linguaggio corporeo.

D: che tipo di attività proponete durante l’arco della giornata?

R: Stiamo lavorando molto sugli aspetti relazionali. La mattina facciamo un lavoro sul risveglio che spesso è dedicato al corpo, all’ascolto del proprio corpo, c’è servito nei primi giorni per rilasciare le tensioni, le paure, i traumi fisici. Abbiamo lavorato sulla respirazione diaframmatica ed altri esercizi che servono a sbloccare i nodi emotivi. Questi esercizi rendono la giornata più piacevole anche perché i primi giorni molti dei ragazzi erano piuttosto depressi. Qui non abbiamo avuto atti di violenza tra loro come invece è successo in altri centri di accoglienza. C’è un clima di serenità anche perché intorno a loro hanno questa dimensione di accoglienza, non ci poniamo come “dominatori e oppressori” di questa situazione. Anche per loro è molto facile ricadere in quello che è il loro ricordo dello schiavismo. Ti seguono quando gli proponi di fare qualcosa, e io cerco di non dare indicazioni ma di creare un clima in cui loro si sentano corresponsabili nella gestione di questa struttura, come se fosse anche loro. Noi siamo insieme a gestire questa struttura, non stanno lavorando per questa struttura. I soldi che gli diamo, sono 2,50 Euro al giorno, alla fine non vengono neanche spesi, perché non ne hanno troppo bisogno qui hanno tutto quello che gli serve , li tengono da parte per le loro famiglie.

D: quali sono i principali aspetti culturali che connotano questo gruppo di migranti?

R: Sono ragazzi giovani, hanno un’età media tra i 19 ed i 26 anni e in questo senso è positivo perché hanno una vita da costruire. Alcuni con passione hanno iniziato a fare il pane come facevano nei loro luoghi di origine. Con me stanno lavorando sulla creazione di uno spettacolo teatrale che presenteremo al pubblico e che verte sulla questione dell’accesso alla terra e della casa comune riprendendo l’enciclica di Papa Francesco. Le attività teatrali ci aiutano a capire i conflitti, ogni cosa qui viene discussa insieme e cerchiamo di condividerla, di agirla teatralmente così anche il corpo la rielabora e non rimane come stato latente e repressivo. Ogni tanto ci chiedono quando se ne andranno da qui che cosa cambierà, e noi vorremmo fare qualcosa perché questa esperienza non può finire il 18 di settembre, dobbiamo creare un ponte tra quello che si è realizzato qui e quello che ci sarà dopo. L’idea che questi ragazzi finiscano in un albergo mi spaventa. Sono contraria a questo tipo di accoglienza, anche se capisco che in una situazione di emergenza non si trovino altre soluzioni. Alcune strutture del territorio che avrebbero potuto accogliere questi ragazzi non hanno risposto alla chiamata di aiuto, e quindi gli albergatori stanno svolgendo questo ruolo di accoglienza. Quello che dico io è che si dovrebbe fare in modo che vi sia un lavoro di persone qualificate all’interno di queste strutture. Ho visto l’Africa, la conosco, e vedere un ragazzo che arriva qui per essere chiuso in una stanza d’albergo mi sembra una cosa disumana. Questa non è accoglienza per cui dico facciamo attenzione a quello che per noi è accoglienza perché la relazione di aiuto non si può basare solo sulla prestazione di alcuni servizi di base come il vitto e l’alloggio e imponendo i nostri modelli culturali. Non sono persone a cui mancano gli strumenti per vivere una vita dignitosa e per avere una loro autonomia , basta saperli orientare.


e per finire….. 🙂

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Riferimenti

Lunalpina fattoria creativa accoglie 10 profughi sul Blog di Punto.ponte

Lunalpina: la fattoria polifunzionale creativa a cura della Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile 

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