E’ presto per dire se siamo entrati in un profondo cambiamento nel rapporto tra giovani e mondo dell’agricoltura, con un “ritorno alla terra” fondato su motivazioni di carattere economico, professionale e culturale. Certo, i “nuovi contadini” non hanno più nulla a che vedere con quella “agricoltura dell’assurdo” stigmatizzata da Manlio Rossi Doria nell’immediato dopoguerra.

Agricoltura dell’assurdo

un modello produttivo votato all’autoconsumo, in cui la sproporzione tra l’impegno lavorativo e i risultati concreti aveva l’effetto di rendere l’attività diseconomica e faticosa, al punto di indurre ad emigrare in cerca di condizioni di lavoro e vita più soddisfacenti.

Oggi, invece, l’agricoltura è fatta di idee, innovazione, creatività, cultura, professionalità ed è una delle eccellenze che sono rimaste al nostro paese anche dopo i cambiamenti indotti dal crollo del 2008.

Con l’affermarsi dell’Agricoltura ecologica la figura dell’agricoltore si riappropria di molte delle competenze e dei saperi taciti e informali legati alle pratiche agricole del passato che vengono poi integrati con quel plus di competenze formali derivate da percorsi di studio e di formazione.

Agrigiano

il neologismo individua una nuova figura professionale di agricoltore che è il più delle volte laureato (quasi mai in materie agronomiche) e che grazie al suo sistema di competenze introduce in azienda innovazioni sia rispetto a metodi di coltivazione sostenibili che ai processi ed alle nuove funzioni che supportano progetti imprenditoriali indirizzati ai nuovi mercati ed ai nuovi consumatori .

Quelli che presentiamo sono alcuni casi di agrigianato che si stanno sviluppando in Italia…..   


come Nadia Lotti con Lunalpina Fattoria Creativa 

Nadia Lotti titolare Lunalpina


Lunalpina è una fattoria creativa di educazione agro-ambientale che intende promuovere una sensibilità e una consapevolezza ecologica  e sociale.

“Il progetto Lunalpina nasce nel 2010. Abbiamo deciso di trasferirci qui provenendo da Sondrio e scelto di vivere in mezzo alla natura cercando di sviluppare il progetto che è sempre stato il mio sogno e cioè abbinare la formazione – visto che mi ero da sempre occupata di formazione in campo sociale – con la natura, con gli aspetti dell’ecologia. Il lavoro che facciamo soprattutto con le giovani generazioni è orientato a trasmettere l’attaccamento alla terra, l’amore per la natura, il senso ed il valore dell’ambiente.   Dal momento che io sono una cittadina, ho dovuto iniziare da zero a fare l’agricoltore perché per fare quello che volevo fare, e cioè una Fattoria Didattica, dovevo prima diventare imprenditrice agricola. Quindi ho dovuto trovare dei terreni, capire come fare le coltivazioni, ed allora abbiamo organizzato dei Corsi facendo venire esperti per apprendere i metodi di coltivazione. Ci siamo appoggiati all’Accademia di Permacultura, abbiamo frequentato dei Corsi sull’agricoltura sinergica, e subito abbiamo pensato di avere un forno perché “fa calore” e quindi “centro di vita”.

Lunalpina dal 2011 ha in gestione la struttura della ex scuola elementare di Triangia che è stata ristrutturata per accogliere i gruppi che partecipano ai programmi di Lunalpina. A Oikos si può alloggiare in modo spartano, con sacco a pelo e si possono degustare piatti di cucina consapevole.

la fattoria

come Francesca Nadalini – azienda agricola NadaliniFrancesca Nadalini

L’azienda agricola Nadalini, nata insieme a Francesca nel 1979, si occupa della produzione di meloni, angurie e zucche. Francesca, dopo aver lavorato in una multinazionale fiorentina, dal 2007 ha deciso di dedicarsi all’attività familiare.

L’azienda, da maggio a metà ottobre, produce più di 3 milioni di meloni, raggiungendo un fatturato di 3,5milioni di euro, vendendo in tutta Italia ed esportando in Inghilterra, Francia, Svizzera, Austria, Germania. Il 30% della produzione è destinata fuori dai confini nazionali: una buona percentuale se confrontata con le altre aziende del settore.

Francesca, vincitrice dell’Oscar Green 2012 per la categoria “Esportare il territorio”, ha elaborato un progetto di marketing e di rete commerciale per la vendita all’estero dei meloni dell’azienda di famiglia.


come Viviana Vignadei con l’Azienda Agricola “la casa di Paglia”

“Nel 2007 abbiamo creato la nostra azienda agricola dove coltiviamo senza lavorare la terra (senza vangare, fresare, arare), senza distruggere l’equilibrio naturale del suolo. Nonostante il terreno sia argilloso siamo riusciti grazie all’applicazione e al rispetto di regole e tecniche “naturali” a ricavare da questo appezzamento 2200 m2 di orto, 800 m2 di erbe aromatiche/officinali, un impianto di frutti rossi, campi di patate, cipolle e qualche cereale”.

“I nostri orti sono coltivati seguendo i principi della permacultura e dell’agricoltura sinergica: le nostre fragole crescono tra i porri, le cipolle con le carote, i cavolfiori cosparsi di fiori di lavanda e foglie di menta…ai piedi di tutte le nostre piante una caldo letto di paglia… Questo coltivare con le piante consociate e pacciamando ci consente di non dover far uso di nessun tipo di pesticida, fertilizzante chimico e di ridurre notevolmente il consumo idrico”.


come Francesco Cantini – Azienda vitivinicola biodimanica “la Piombaia”

«Le terre trattate con i prodotti chimici diventano asfittiche, puzzano. I vendemmiatori da noi ritrovano la terra di un tempo, con l’aria piena di insetti, api farfalle. Magari all’inizio c’è bisogno di qualche investimento ma poi, dopo due o tre anni, si recupera e si guadagna. All’inizio mio padre era molto perplesso. Poi, da uomo legato alla terra, ha visto i risultati. E adesso è quasi più convinto di me».



come Daniele Franchetti – azienda agricola Franchettiagrigiani Daniele Franchetti

Da perito meccanico a “signore della pioggia 2.0”. Daniele Franchetti trentenne di Ponte in Valtellina (So), stanco del lavoro in ufficio ha scelto l’agricoltura biologica innovando così l’attività di famiglia. Oggi, grazie a una stazione meteo installata nei suoi terreni riesce a prevedere lo sviluppo delle malattie per curare al meglio le sue mele biologiche. L’azienda agricola Franchetti è una delle cinque aziende frutticole attive in Valtellina che hanno scelto questo metodo di coltivazione. Da quest’anno inizierà la commercializzazione di mele e Kiwi con certificazione per arrivare tra due anni ad avere un’azienda completamente biologica.

“La frutta scartata ha l’unico difetto di non essere assolutamente perfetta e in una stagione come questa, dove la produzione di mele europea è molto elevata, il valore non copre le spese di raccolta. Noi non vogliamo più vedere i nostri frutteti in questa situazione. Il nostro obbiettivo è quello di utilizzare tutto il prodotto, della mela perfetta a quella più scadente destinata all’industria. Per farlo stiamo cercando di creare un prodotto che abbia un valore che rispecchi le sue caratteristiche di immagine, gusto e salubrità. Vogliamo che il sistema dello spreco lasci il posto al sistema dell’equità e del consumo intelligente.

La nostra avventura è appena cominciata, spero che le persone interessate vogliano farne parte non solo come clienti e consumatori ma anche come critici, degustatori e promotori di questo progetto.”


come Loretta Di Simone – Azienda Agricola La Turchina (Vt)

che gestisce un’azienda biologica di 170 ettari di seminativo e 20 di boschi a Tarquinia (VT) dove ha ripreso la coltivazione del farro per farne semi e farina, soprattutto quella del grano duro “senatore Cappelli”, la cui produzione era stata abbandonata negli anni ’70.

“I nostri prodotti sono fatti solo ed esclusivamente con le nostre materie prime e sono lavorati in un antico molino a pietra che lavora a bassissima temperatura solo prodotti biologici in modo da mantenere la salubrità del prodotto e il sapore. In particolare, le nostre paste di Senatore Cappelli e di farro sono fatte interamente con il nostro Cappelli Bio o il nostro farro Dicocco Bio, senza alcuna miscela con altri tipi di grano o farro, come invece puo’ trovarsi sul mercato; inoltre, il pastificio lavora in maniera completamente artigianale, con l’impasto le cui dosi sono decise dal mastro pastaio sul momento, in base alle condizioni atmosferiche (es. grado di umidità/calore), alla consistenza del semolato e al formato da eseguire. L’impasto ottenuto passa nelle trafile in bronzo, viene tagliato a mano, indi disposto su telai di legno e portato nelle celle di essiccazione, dove rimane per 5 giorni ad una temperatura costante che non supera i 38°, in tal modo salvaguardando il legame molecolare della materia prima e  il sapore. Infine noi etichettiamo personalmente ogni singola confezione, controllando che il prodotto sia adeguato al consumo.”


come Salvatore Sorbo – Progetto Biomonitoraggio

Le api con i loro preziosi alveari come vere e proprie centraline antinquinamento. Essere particolarmente attenti alla tutela dell’ambiente oggi è fondamentale, soprattutto in una zona tristemente nota come quella della Terra dei fuochi. Il giovane apicoltore ha messo le sue arnie a disposizione di “Cara Terra” un virtuoso progetto di biomonitoraggio dell’ambiente, nella terra dei fuochi, attraverso le api. Questo ambizioso progetto che prevede la collaborazione dell’’università di Napoli e quella del Molise ha lo scopo di trasformare gli alveari e le arnie delle api in vere e proprie centraline di biomonitoraggio (ognuna delle quali controlla 7 chilometri quadrati del territorio) per rilevare il grado di inquinamento presente sul territorio. Le api, infatti, si sa, non mentono mai, volano, si cibano di nettare e acqua che sgorga dalle falde, catturano le polveri sottili (il noto pm10) e trasmettono le informazioni raccolte, ogni giorno, al loro alveare.

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come Gianpaolo Danieli

“mi sono avvicinato alla terra perché sentivo la necessità di riappropriarmi di un contatto, di guarire e di nutrirmi dalle mie mani. Ho iniziato con un piccolo orto domestico, entusiasmato dall’autoproduzione in un periodo in cui leggevo sulla decrescita felice, ho coltivato ortaggi per un anno intero nel piccolo orticello, poi ho deciso e sono andato alla ricerca di agricoltori biologici nella mia zona. Ho trovato Lorenzo Arcangeli mi ha fatto conoscere il suo modo di coltivare e insieme abbiamo iniziato un primo piccolo progetto, abbiamo seminato un ettaro di grani antichi. Dopo il raccolto ho deciso di iniziare a coltivare a pieno campo anche ortaggi. Ho seguito il corso di salvaguardia e conservazione dei semi da Civiltà Contadina e mi ha dato una bella spinta energetica per continuare il mio percorso. Ho iniziato ad incuriosirmi dei testi di Rudolf Steiner e dei manuali di agricoltura biologica e biodinamica. Ho seguito dapprima dei corsi da Agrilatina e poi da Carlo Noro (primo livello di agricoltura biodinamica). Il mio metodo è quello di consociare le piante, di usare i macerati e i decotti di erbe aromatiche. Per fertilizzare uso sovesci autunnali e letame compostato”.



“Per togliere le erbe spontanee quando le piante sono giovani la zappa è la mia unica salvezza. Poi le lascio crescere, perché anche loro sono necessarie, oltre che degli utili indicatori. Per i parassiti non uso nulla, li lascio fare, ma intervengo con l’azione manuale di controllo o al massimo se riesco a preparare nei tempi a disposizione dei macerati di aglio o ortica o peperoncino. Per il momento sto costruendo il mio progetto di una piccola azienda, dove tutto è in equilibrio. In futuro vorrei costituire una rete di piccoli agricoltori biologici per riappropriarci insieme del valore sano di coltivare e di nutrirci, creare dei Bio-distretti riconosciuti”.


Riferimenti 

Giovani e agricoltura: primi segnali di un ritorno alla terra sul Blog della Scuola Ambulante di Agricoltura

Giovani, imprese e montagna sul Blog di Punto.ponte


Fine 🙂

 

 

 

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