Questo articolo raccoglie i post pubblicati da Veronica Martino collaboratrice di Punto.Ponte nella rubrica BIO Land – BIO Story apparsa sulla pagina Facebook.


Veronica Martino

Siamo sicuri di avere le idee chiare sul Bio? E’ la domanda che mi sono posta dopo il corso in Tecnico Controllo Qualità Agro-Alimentare che ho concluso da poco. Nel tentare di fare chiarezza, penso che la prima domanda da porsi è: cos’è l’agricoltura biologica?”

L’AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) la definisce in questi termini: “con l’espressione agricoltura biologica si intende un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette l’impiego di sostanze naturali, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica, definiti fitocomposti o per meglio dire agrofarmaci (concimi, diserbanti, insetticidi). L’agricoltura biologica è tesa ad evitare lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria, utilizzando invece queste risorse in un modello di sviluppo che possa durare nel tempo”.

La domanda nasce spontanea: ma agricoltura biologica e BIO non sono la stessa cosa?

Diciamo che sono due facce della stessa medaglia. Bio indica comunque l’agricoltura biologica, ma nel suo aspetto normativo e legislativo. Per Bio si intende, in poche parole, la CERTIFICAZIONE. Infatti anche nel sito dell’Aiab viene fatta la distinzione tra BIO ed AGRICOLTURA BIOLOGICA, e definisce Bio una sorta di garanzia sulla qualità che deriva dall’applicazione delle norme di produzione europee (Reg CEE 834/2007). Regolamento che si basa su 4 principi fondamentali: Più salute con gusto ; Più amico dell’ambiente ; Libertà dagli OGM ; Sai cosa mangi.


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Grani Biologici – Fotografia di Punto.Ponte F&B

La certificazione Bio e cioè il regolamento che ne determina la conformità legale, ha 23 anni. Il primo regolamento comunitario nasce nel 1991 (Reg. CE 2092/1991) i cui principali autori sono l’IFOAM e la Commissione del Codex Alimentarius. L’anno dopo nel 1992 esce un altro regolamento “satellite”, il Reg. 2078/92,  che ha istituito un regime di aiuti a chi introduce o mantiene metodi di produzione agricola compatibili, dando vita alla riforma della PAC (Politica agricola comune).

Nel 2007 viene mandato in pensione il regolamento 2092/91 per lasciare  il posto al Reg. Ce 834/2007 e al Reg. 889/2008 che sono ancora attualmente in vigore.

Da quanto detto può sembrare che gli unici a potersi fregiare del “titolo” (certificazione) bio possano essere solo gli agricoltori. Bè non è così. Per normativa un prodotto definito Biologico deve essere trattato e conservato in modo appropriato, per tanto non solo l’agricoltore ha l’onere e l’onore di poter richiedere la certificazione biologica. Ma allora chi può, anzi deve richiedere la certificazione Bio?


Biodiversità alpina – fotografia di Punto.Ponte F&B

Sono tre le principali categorie di attività per le quali è possibile richiedere la certificazione biologica:

  • Produzioni vegetali (cerealicoltura, orticoltura, frutticoltura, viticoltura…) e attività connesse (vinificazione, estrazione di olio, panificazione, produzione conserviera…)

  • Produzioni zootecniche (bovini, suini, equini…) e attività connesse (macellazione, produzione di insaccati, confezionamento di carne/uova/prodotti da apicoltura…)

  • Preparazioni alimentari (molitura, vinificazione, sezionamento, caseificazione, industrie di trasformazione)

A questi, però, si devono aggiungere tutti coloro che maneggiano i prodotti biologici sfusi, quindi i commercianti di prodotti SFUSI e gli stabilimenti di stoccaggio. Questo per garantire che il processo produttivo e di conservazione di tali prodotti venga svolto secondo la normativa vigente, il rinomato Reg. 834/2007 e 889/2008 CEE. Gli operatori dopo aver inoltrato un’apposita domanda agli organismi di controllo autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (gli Enti di Certificazione) subiranno  un’ispezione da parte di questi ultimi per garantire che il tutto venga espletato secondo normativa.


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la musse 100% mela in conversione BiO senza zuccheri aggiunti e senza conservanti dell’azienda agricola Daniele Franchetti di Ponte in Valtellina (So) – foto Ciboprossimo

Chiarito chi può richiedere la certificazione biologica, mi sembra opportuno soffermarsi e capire chi è che CONTROLLA che si rispettino le normative vigenti? Gli ORGANISMI DI CONTROLLO (Odc). Gli Odc sono Enti PRIVATI autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (MiPAAF) ad effettuare dei controlli (audit), generalmente annuali, per verificare il rispetto dei regolamenti attuativi da parte delle aziende biologiche e concedere, a queste, di apporre alle etichette dei prodotti venduti il logo comunitario. Essendo gli Odc enti PRIVATI, sono a carico di chi fa richiesta della certificazione. Ora, dato che da regolamento europeo, il MiPAAF concede delle sovvenzioni a chi decide di produrre prodotti di coltivazione Biologica e quindi a chi richiede la certificazione, mi viene da porvi una DOMANDA, invitandovi a rispondere: Ma se i controlli di verifica e assegnazione della certificazione fossero fatti direttamente dall’ Ente che conferisce le sovvenzioni per il biologico, cioè lo Stato, non sarebbe tutto più semplice, chiaro, immediato e meno oneroso?

Tuttavia esistono delle alternative alla Certificazione Biologica per conto di Enti Privati. Si chiamano SISTEMI DI GARANZIA PARTECIPATA (PGS). Sono sistemi di assicurazione della qualità che agiscono su base locale; la verifica dei produttori prevede la partecipazione attiva delle parti interessate (produttori, consumatori) ed è costruita basandosi sulla fiducia, le reti sociali e lo SCAMBIO DI CONOSCENZE. In genere le verifiche prevedono la presenza di tre figure di controllo: un agricoltore, un tecnico agrario ed un appartenente ai consumatori (Gas).Quale tipo di “Certificazione” preferireste premiare ?


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Le patate Bio della Biodiversità Alpina della Fondazione svizzera Pro Specie Rara – fotografia di Punto.Ponte F&B

Nel 2012 è stata avviata la sperimentazione di “Sistemi Partecipativi di Garanzia” (SPG) nei territori dei Distretti di Economia Solidale (DES) di Como, Varese e Monza: “L’Isola che c’è”, DES VA e DES Brianza.

«I Sistemi Partecipativi di Garanzia (PGS – Participatory Guarantee Systems) sono sistemi di assicurazione della qualità che agiscono su base locale.»

In ogni territorio si sono formati dei COMITATI LOCALI, nei quali decine di persone – consumatori, produttori, tecnici, ecc. – hanno approfondito la conoscenza degli aspetti tecnici del produrre biologico e condiviso i principi etico-valoriali di riferimento per definire dei protocolli sperimentali che stanno dando vita al primo SPG in Lombardia. Sono poi state realizzate delle visite, presso i produttori aderenti, da parte di appositi GRUPPI DI VISITA costituiti da: un produttore (dello stesso tipo di chi ospita), un tecnico (agronomo, certificatore, ecc.) e un consumatore (membro di GAS), provenienti ciascuno da un territorio diverso da quello del produttore visitato. I gruppi di visita compilano il MANUALE DI VISITA redatto in base ai protocolli stabiliti dai comitati; in seguito una COMMISSIONE DI GARANZIA valuta i risultati della visita, decide sulla garanzia e propone nel caso percorsi di adeguamento. (Fonte http://www.lisolachece.org)

Ma dove e come nascono i sistemi di garanzia partecipativa?

Nascono dall’impossibilità da parte dei produttori del Sud America di pagare la Certificazione bio. Pertanto gli agricoltori si sono organizzati in Associazioni come Rede ECOVIDA, ed hanno pensato insieme a tecnici, sindacati, e ad alcuni certificatori, di creare un modo per garantire che le loro produzioni fossero svolte seguendo degli standard biologici, assicurandosi in tal senso una sorta di certificazione biologica. Quindi il loro modus operandi risulta essere più vicino ad un sistema agro-ecologico. L’agro-ecologia consiste nell’applicazione di principi ecologici alla produzione di alimenti, fibre, farmaci, carburanti ed alla gestione degli Agro-sistemi. La potremmo definire un’estensione del pensiero biologico ai diversi settori. Gli agroecologi studiano le questioni relative a quattro caratteristiche degli agrosistemi: PRODUTTIVITA’, STABILITA’, SOSTENIBILITA’ ed EQUITA’. Non si oppongono però alla tecnologia o ad altri input in agricoltura, bensì valutano come, quando e se, la tecnologia può essere utilizzata in combinazione con le risorse naturali, sociali e umane. L’obiettivo è quello di sviluppare un Agro-Ecosistema che abbia una dipendenza minima dai prodotti chimici e dall’energia, in cui le interrelazioni ecologiche e la sinergia tra gli organismi forniscono al meccanismo un sistema per favorire la fertilità del proprio suolo, la produttività e la protezione delle colture.


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L’agroecologia favorisce un ambiente equilibrato delle produzioni sostenibili, una fertilità del suolo regolata biologicamente e una regolazione dei parassiti attraverso la creazione di sistemi agroecologici diversificati e l’uso di tecnologie low-input(a basso impatto). La strategia è basata sui principi ecologici, in questo modo la gestione dei sistemi agroecologici, conduce ad un riciclo ottimale dei nutrienti e ad una rotazione delle sostanze organiche; ad una conservazione dell’acqua e del suolo; all’equilibrio tra parassiti e nemici naturali. L’idea è di sfruttare le complementarietà e i sinergismi che derivano dalle varie combinazioni di colture, alberi ed animali. Mettendo insieme una funzionale biodiversità è possibile, infatti, provocare sinergismi che favoriscono i processi del sistema agroecologico attraverso servizi ecologici quali l’attivazione della biologia del suolo, il riciclo dei nutrienti, l’accrescimento degli artropodi (insetti) benefici. (Fonte Aiab – Associazione italiana per l’Agricoltura Biologica).

Uno dei caposaldi della certificazione e dell’agricoltura biologica è la salvaguardia della Biodiversità.

Per Biodiversità si intende l’insieme di tutte le forme viventi geneticamente diverse e degli ecosistemi ad esse correlati. Quindi biodiversità implica tutta la variabilità biologica di geni, specie, habitat ed ecosistemi che esistono in un determinato territorio. La biodiversità agraria è l’insieme delle varietà delle piante e delle razze animali presenti in natura e selezionate dall’uomo per utilizzo alimentare oppure ornamentale. Il valore della biodiversità è molto importate in agricoltura: la coltivazione di varietà di specie vegetali diversificate a seconda dell’ambiente e delle condizioni climatiche del territorio fa sì che ogni specie sia unica e adatta a un particolare ecosistema..

Tuttavia oggi, molte varietà vegetali e razze animali tradizionali non sono più coltivate o allevate, perché sostituite da altre provenienti da regioni lontane, in quanto più produttive e redditizie; questo comporta alcuni rischi: come la maggiore vulnerabilità alle avversità climatiche o un maggior utilizzo di trattamenti con fertilizzanti, fitofarmaci o strutture di protezione al fine di rendere tali colture più produttive e farle adattare meglio.

Di conseguenza salvaguardare la biodiversità non significa solo riportare sul mercato varietà di piante e razze animali di alta qualità, che oramai stanno scomparendo, ma anche salvaguardare l’ecosistema di cui fanno parte. Infatti all’interno della biodiversità ci sono anche tutte le varietà di piante che si trovano al ridosso delle coltivazioni (come ad esempio le siepi), che sono habitat naturali di specie animali che sono utili per la lotta contro i diversi parassiti che aggrediscono le colture.

Il biologico è un mondo semplice e complesso al tempo stesso. Semplice perché è la riproduzione di un modo di vivere e vedere l’agricoltura molto vicino a quella dei nostri nonni; complesso per la burocrazia e le normative che oggi lo regolamentano.


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In questi mesi ho tentato di porre attenzione su alcuni argomenti che ritenevo importanti e che chiarissero il significato di CERTIFICARE, cioè produrre un prodotto seguendo degli standard imposti dagli Enti, dallo Stato oppure dall’Unione Europea al fine di dare un prodotto che sia di “qualità” per i consumatori e per l’ambiente che lo produce. In questo percorso fatto con voi, ho scoperto che ci sono molte strade per adempiere a questo stesso obiettivo, come i Sistemi di Garanzia Partecipativa oppure gli Agroecosistemi, ma che il regolamento Europeo ne sottoscrive solo uno: LA CERTIFICAZIONE BIO, lasciando agli altri standard una valenza di tipo locale. Nell’ ultimo anno non solo le industrie alimentari hanno cercato di fregiarsi della bella fogliolina a stelle ma anche le aziende non food. Per -non food- si intende tutta quella fascia di mercato che non è cibo, ma che comunque ha come materia prima prodotti dell’agricoltura come possono essere gli integratori alimentari, il cotone per gli indumenti oppure le creme cosmetiche a base di erbe. Questo ha fatto sorgere in me una riflessione ed un dubbio: la corsa alla certificazione biologica si sta trasformando in un affare pubblicitario? Credo che il mercato alimentare e non, stia cavalcando l’onda BIO anche a scopi pubblicitari ad appannaggio della reale Qualità. Non credo di essere l’unica ad essersi inbattuta in frutta o verdure ancora non del tutto mature e di conseguenza senza alcun sapore, che si fregiavano del marchio bio.

Tuttavia sono anche convinta che ci siano persone che lavorano i campi in modo sostenibile, e quindi biologico, a volte anche senza volersi avvalere della certificazione o aderire ad un marchio, ma cosciente del valore della qualità dei prodotti e della terra che coltiva.

Per tanto concludo dicendo che la CERTIFICAZIONE BIO e la regolamentazione per una produzione etica è utile, ma non indispensabile. A volte il buon senso e realtà più piccole possono dare risultati di pari qualità se non più elevati senza doversi necessariamente uniformare ai trend di mercato.

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