Abbiamo raccolto alcuni articoli giornalistici a partire dell’estate del  2014 prodotti da accreditati osservatori della società italiana ((De Rita, Bonomi, Diamanti, Turani, Borgna, Rifkin,  Realfonzo, Bevilacqua, Ernesto Galli della Loggia) che si interrogano sugli impatti e sugli effetti della crisi – o della metamorfosi –  sul sistema “paese”. Punti di osservazione diversi ma accomunati da una tensione positiva: quella di trovare risorse, energie ed idee capaci di traghettare  il Paese verso quell’economia e quella società Green che caratterizzerà il prossimo futuro.

Buona lettura 🙂




Questo non è un Paese per Giovani

“Questo non ‘e un Paese per giovani”, di Ilvo Diamanti, “La Repubblica”, 1/09/2014

“Temo che l’immagine di Renzi cominci a risultare inadeguata per raffigurare il Paese. Troppo “giovane” e “giovanile”. Troppo spavalda e, perfino, esagerata. Rispetto a un Paese che sembra viaggiare – e guardare – in direzione contraria. Cioè, verso il passato. Perché l’Italia mi sembra un Paese sempre più rassegnato. Che ostenta un ottimismo triste, attraversato da rabbia diffusa.E’ un Paese di pensionati, con tutto rispetto per chi la pensione se l’è guadagnata, dopo anni e anni di lavoro. Però, è difficile non rilevare le tensioni continue intorno al sistema pensionistico. Dal punto di vista sociale e politico. Perché l’età di accesso alla pensione si è “allungata”, per contenere il costo della previdenza pubblica, in una società sempre più vecchia. Dove i pensionati sono oltre 7 ogni 10 occupati. Ma, in questo modo, l’ingresso nel mercato del lavoro per i più giovani si è ulteriormente ristretto.Così la generazione dei padri – e, talora, dei nonni – sessantenni vorrebbe andare in pensione. Ma non ci riesce. Neppure quando il governo, come ha fatto nelle scorse settimane, lo prevede. Ad esempio: per gli insegnanti (cosiddetti) “quota 96”. Che a 61 anni abbiano maturato 35 anni di contributi. Perché, dopo l’annuncio, si scopre che non ci sono le coperture, le risorse. Un po’ com’è avvenuto per gli “esodati”. Un’invenzione linguistica. Participio passato di un verbo che non c’è. Coniato per significare quelle persone sperdute, in “esodo” verso la pensione. Ma rimasti per strada. Pre-pensionati senza pensione. A causa di im-previsti legislativi. Esistono ma non si vedono. Sono “pensionandi”. In attesa che lo Stato trovi le risorse per “pensionarli” davvero, dopo la chiusura anticipata del rapporto di lavoro, negoziata con l’impresa.

D’altronde, l’Italia è un Paese schiacciato dalla spesa pubblica. Dal debito pubblico. Nonostante che il pubblico impiego sia in costante calo. Il 7% in meno negli ultimi 5 anni. Ma circa il 20%, per quel riguarda gli statali. Con l’esito, paradossale, che la spesa pubblica non è calata. Al contrario. Perché, come ha annotato Tito Boeri, alcuni giorni fa su queste pagine, “gli stipendi pubblici in meno si sono trasformati in pensioni in più da pagare, sempre a carico del contribuente”.

Questo Paese di esodati, pensionandi e aspiranti pensionati, come può avere e, prima ancora, “immaginare” il futuro? Al massimo: il presente. Ma, più facilmente, il passato prossimo. Nell’Italia di oggi, nonostante Renzi, il futuro: è ieri. Al massimo, stamattina. D’altronde, non per nulla, questo Paese per vecchi, come io stesso ho rilevato altre volte, sta perdendo e ha già perduto i suoi giovani. Che sono pochi e sempre di meno, visto che i tassi di natalità, in Italia, sono fra i più bassi dell’Occidente. Mentre i tassi di occupazione giovanile scendono e quelli di disoccupazione crescono continuamente.

I giovani: sono “esodati” anche loro. Visto che si contano circa due milioni di Neet, un altro neologismo per significare una popolazione fuori dalla scuola e dal lavoro. Dunque, anch’essa s-perduta. Tra le pieghe dell’impiego temporaneo e informale. Protetta dalle famiglie, che offrono loro un ancoraggio, in attesa di una stabilità imprevista e imprevedibile. I giovani. Se ne vanno dall’Italia, se e quando possono. Sempre più numerosi. In particolare, durante i corsi di laurea. Utilizzano l’Erasmus, programma che prevede alcuni mesi di studio presso università straniere in convenzione con quelle italiane. Ma poi, dopo la laurea, ripartono di nuovo. Proseguono la loro “formazione” in altre università straniere. E spesso trovano impiego. Altrove. Perché l’Italia è un Paese di pensionati dove i giovani “esodano”. Soprattutto i “laureati”. Che sono sempre meno. Il 20% della popolazione fra 25 e 34 anni. Cioè, la metà della media Ocse. D’altronde, il saldo fra giovani laureati che escono e vengono, in Italia, è negativo (-1,2%, secondo un Rapporto di Manageritalia). Il peggiore della Ue.

Così, siamo diventati un paese di vecchi, attraversato da inquietudini e paure. Perché, quando si invecchia, crescono e si diffondono anche le paure. E ci si difende dagli altri, chiudendosi in casa. Guardando tutti con crescente sospetto. In Italia, più di due persone su tre diffidano di chi hanno di fronte (Oss sulla Sicurezza, Demos-Oss. Pavia-Fond. Unipolis). Perché ci potrebbero “fregare”. In particolare, preoccupano – e spaventano – gli stranieri che affollano l’Italia, in numero crescente. Perché sono tanti, sempre di più, quelli che arrivano. Con ogni mezzo. In particolare, dal Nord dell’Africa. Non per “piacere”, ma spinti da paure ben più immediate e drammatiche delle nostre. Le guerre, la fame, i conflitti. Fuggono dal loro mondo che è lì, a un passo dal nostro. E intraprendono viaggi brevi ma, spesso, infiniti. Perché finiscono in modo tragico. In fondo al mare. Ai nostri mari che assomigliano a cimiteri liquidi, dove si depositano, a migliaia, i corpi di migranti che tentano di scavalcare il muro che li separa da noi. Il Mare Nostrum che ormai è divenuto un Mare Mostrum. Quel tratto di mare: è un muro, una barriera. Costruita con le nostre paure, per difendere la nostra solitudine, la nostra vecchiaia infelice. Per coltivare la nostra indifferenza.

Noi, l’estremo confine d’Europa. Ultima frontiera di una civiltà senza più civiltà. Senza più pietà. Senza più futuro. Perché se fai partire i tuoi giovani (più qualificati) e tieni lontani quelli che vorrebbero entrare, dal Sud ma anche dall’Occidente, i poveri e i disperati, ma anche i più istruiti e specializzati: che futuro vuoi avere? Al massimo un passato. Sempre più incerto, anch’esso. E annebbiato. Come la memoria.

Per questo la rappresentanza, o meglio, la “rappresentazione” offerta da Renzi, oggi, mi appare inadeguata. Troppo giovane e giovanile. Troppo giocosa. Rispetto al Paese: rischia di proporre uno specchio deformante. Difficile predicare la “crescita” se siamo in “declino” – demografico. Se i giovani sono pochi e quando possono se ne vanno. Non basterà, di certo, un gelato a farli rientrare. Né a farci ringiovanire tutti. Più facile, piuttosto, che lui, il premier, rispecchiandosi nel Paese, invecchi presto.”




10625153_731122410299965_5603565713599850555_n

“Il tramonto del ceto medio” di Giuseppe Turani, “Quotidiano Nazionale”, 19 agosto 2014

Il ceto medio compare vistosamente, ad esempio a Milano, fra gli anni Settanta e Ottana. Poco a poco spariscono le tute blu, che erano state una cifra della città e arriva il nulla. Fine dei grandi cortei operai e delle grandi manifestazioni. I nuovi abitanti della città sono un’altra cosa e fanno mestieri nuovi: pubblicità, moda, commerci, consulenze, finanza. Non sfilano, non protestano, sentono, un po’ confusamente, di essere il motore di un paese che si muove. E credono di avere già vinto tutta la posta.
In pochi anni la capitale lombarda da grande centro operaio si trasforma in una città, di uffici, di gente che corre trafelata da un posto all’altro, che manda e riceve fax, che sta al telefono per delle ore. In periferia sorgano interi quartieri di uffici.
Se subito dopo la guerra la gente viveva soprattutto nei campi, e poi nelle officine, già agli inizi degli Ottanta la troviamo soprattutto negli uffici. Sono anni di grande crescita economica. Il paese corre e si trasforma. Milano (e l’Italia) seguono in questo quello che è già avvenuto altrove, da New York a Londra. Ancora oggi, a quaranta anni di distanza, dall’avvio di quella trasformazione, in città ce ne sono tracce evidenti: decine e decine di ex-stabilimenti abbandonati e lasciati a se stessi. La grande area Bicocca-Pirelli ospita un’università e un centro residenziale per migliaia e migliaia di persone.
La produzione delle cose, nel giro di qualche anno, si trasferirà altrove: all’estero o in provincia, lontano dalle gradi storie sindacali. Sotto la Madonnina ci sono quelli che le scambiano le cose, le vendono, le collocano, le pubblicizzano.
Il ceto medio conquista sempre più spazio e a un certo punto immagina di essere addirittura classe dirigente: è quando sulla scena compare Bettino Craxi che proprio a quell’Italia nuova si rivolge cercando di portarla dalla sua parte. Per qualche anno l’ascesa del ceto medio (e di Craxi) sembra inarrestabile. Tutti nuotano dentro fiumi di denaro. Non è ben chiara l’origine di tutto questo benessere. Ma c’è.
Sarà solo nel 1992 che si scoprirà che gran parte di quel movimento era costruito sul niente. O meglio. Sui colossali debiti dello Stato: quell’anno arriva la stangata di Giuliano Amato, presidente del Consiglio. Più di 90 mila miliardi di lire di manovra per mettere una pezza ai conti della finanza pubblica.
Ma si tratta solo dell’antipasto. Un anno dopo esplode Tangentopoli e si scopre così che parte dei soldi che giravano, e che avevano fatto grande il ceto medio, erano anche frutto di operazioni fraudolente ai danni dello Stato e dell’impresa privata.
E’ una botta che manda al tappeto le avanguardie del ceto medio. Poco dopo Craxi deve lasciare e tramontano quasi tutte le illusioni. Senza organizzazioni sindacali o politiche questo strato della società diventa il bersaglio favorito di tutti gli aggiustamenti successivi della finanza pubblica. Il ceto medio, si scopre, è un animale della foresta che non ha amici.
C’è l’illusione che Berlusconi possa prendere il posto di Craxi. Ma anche il Cavaliere deve lasciare il campo. E allora sul ceto medio si scatenano uragani a catena. Tasse sugli immobili, limatura delle pensioni, un fisco sempre più duro. E meno soldi facili, e quindi meno lavoro e meno redditi. E’ il tramonto di chi pensava di avere il paese in mano.
Le vacanze all’estero cedono il posto alla settimana in casa dei parenti. E si cerca di risparmiare nella speranza di poter mandare i figli all’estero alla ricerca di un futuro che qui non c’è più.




TEMPORIUSO VECCHIE STAZIONI - LINEE FERROVIARIE 1 9

“Viene da dire FUJTEVENNE” di Riccardo Realfonzo, “Corriere del Mezzogiorno”, 31 luglio 2014

Editoriale di commento alla presentazione del Rapporto Svimez sulla situazione socio-economica del Mezzogiorno

Scappatevene dal Mezzogiorno, “fujtevenne”, avrebbe ripetuto Eduardo De Filippo. E nessuno potrebbe restare immune da questa tentazione leggendo il Rapporto Svimez. Il Mezzogiorno è ormai un deserto sociale ed economico, in cui lo Stato investe sempre meno e taglia sempre più, le imprese falliscono, le famiglie cadono in miseria, le donne risultano estranee al mercato del lavoro, i giovani sono disoccupati e nel migliore dei casi precari, la popolazione sempre più anziana. Una realtà dalla quale, non c’è da meravigliarsi, negli ultimi dieci anni oltre un milione e mezzo di persone sono scappate via.
I numeri sono da brivido e non ammettono contraddittorio. Basti pensare che ormai il reddito medio di un meridionale vale poco più del 55 per cento di quello di un abitante del resto d’Italia: come accadeva nella metà degli anni ’50, come se l’intervento per il Mezzogiorno fosse stato del tutto assente o inutile. Oppure, basti pensare che nel solo 2013 si sono persi 280 mila posti di lavoro al Sud e le famiglie in condizione di povertà assoluta hanno così largamente superato il milione.
Una condizione a dir poco drammatica che, come correttamente rileva la Svimez, trova una parte della spiegazione nelle politiche economiche all’insegna dell’austerità con le quali i governi nazionali hanno reagito alla crisi scoppiata sul finire del 2007. In altri termini, la condizione del Mezzogiorno è risultata ampiamente aggravata dal fatto che, anziché sostenere l’economia, complici i famigerati vincoli europei, i governi hanno sottratto risorse, tagliando la spesa pubblica e aumentando il prelievo fiscale.
Al Sud ancora più che al Nord. Si pensi che nel quadro di queste politiche i soli cittadini della Campania, ad esempio, hanno ceduto tra il 2010 e il 2014 poco meno di 9 miliardi di euro, tra meno spesa pubblica e più tasse. Con un effetto particolarmente doloroso per ciò che riguarda il taglio della spesa pubblica per le infrastrutture a sostegno dei cittadini e delle imprese, che addirittura misura oggi solo la quinta parte dei valori registrati mediamente negli anni ’70.
Le politiche economiche nazionali hanno quindi finito per alimentare il crollo della spesa delle famiglie per beni di consumo e ciò ha ulteriormente accentuato la spirale recessiva. Se mettiamo nel conto anche le difficoltà nell’accesso al credito, si comprende come mai le imprese abbiano bloccato totalmente gli investimenti produttivi, che infatti si sono più che dimezzati rispetto al periodo pre-crisi.
L’analisi chiarisce due cose su tutte che non vanno dimenticate. La prima è che non potrà esserci una ripresa stabile e duratura dell’economia italiana nel suo insieme senza un rilancio del Mezzogiorno; e questo non potrà avvenire senza un disegno lucido di politica industriale, adeguatamente finanziato, a sostegno della competitività delle imprese del Sud. La seconda è che la crisi economica si alimenta moltissimo nelle colpe del ceto politico meridionale: basti pensare all’imperdonabile ritardo con cui vengono spesi i fondi europei e al modo in cui essi vengono dispersi in mille rivoli, spesso al servizio delle clientele e non del tessuto produttivo. Insomma, senza maggiori risorse e una classe dirigente capace di spenderle per la crescita economica, la desertificazione meridionale risulterà un processo inarrestabile.




10377072_702852229793650_6037401855166876016_n“Non usciremo dalla crisi con lo stesso tipo di sviluppo che conosciamo” di  Jeremy Rifkin – “La Repubblica”, 1 settembre 2014

“Cari italiani, non c’è paese al mondo dove abbia trascorso più tempo in questi anni e quindi vi parlo col cuore. So bene in quale crisi economica vi troviate da tempo. Ora anche la recessione. Sembra che non ci siano soluzioni, molti lo pensano, e invece è un errore. È la scusa di non vuole cambiare niente. La tecnologia sta davvero creando un futuro migliore, una società più giusta dove la creatività e l’operosità saranno premiate. Nuovi posti di lavoro. Ma adesso, prima di ogni altra cosa, vi serve un elettrochoc. Una svolta psicologica.
Dovete passare dal cinismo – che conduce alla disperazione – alla speranza – che fa muovere le cose in fretta e fa ripartire l’economia. Quella speranza si chiama Terza Rivoluzione Industriale e lo strumento per farla è la creazione di una Super Internet, una rete intelligente che consenta lo scambio non solo di informazioni, ma anche di oggetti, grazie alle stampanti 3D, e soprattutto di energia rinnovabile che tutti ormai possono produrre autonomamente. Le tre condizioni fondamentali per questo nuovo paradigma sociale sono già pronte, si tratta solo di collegarle e innescare il cambiamento. Credetemi, nessun paese al mondo è più indicato dell’Italia a prosperare in questa nuova era.
Basta essere determinati. E comunque ci saranno rallentamenti, passi falsi, problemi. Ma davvero qualcuno crede che possiamo restare gli stessi nei prossimi 50 anni? Che usciremo dalla crisi con le stesso modello economico con il quale ci siamo entrati? Che il petrolio e i combustibili fossili continueranno ad essere il motore del mondo? Le riforme di cui parlate in Italia e in Europa sono necessarie, ma non sufficienti a farvi ripartire. Serve una nuova visione del mondo che metta assieme i tre cambiamenti in corso. È sempre stato così del resto. Nella prima rivoluzione industriale furono decisivi il motore a vapore, il telegrafo e la ferrovia; nella seconda l’elettricità, il telefono e il petrolio. Anche adesso si sta verificando la convergenza di tre elementi: la comunicazione, l’energia rinnovabile e i trasporti guidati dai satelliti. Ma per entrare davvero nell’economia digitale, serve una infrastruttura potente, una Super Internet”.

L’ultimo libro di Jeremy Rifkin, in questi giorni nelle librerie, ‘e “La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del ” commons ” collaborativo e l’eclissi del capitalismo”, Mondadori, 2014




borgna

“Come sono cambiati i nostri desideri con la crisi economica” di Gianni Borgna, psichiatra, “La Repubblica”, 28 agosto 2014, p. 39


Il desiderio ‘e desiderio di desiderare, “un’esperienza condizionata dal passato, ma soprattutto aperta al futuro. Desiderare significa riconoscere dentro di se’ questa dimensione del tempo che e’ il futuro. Se in me muore il futuro, muoiono anche i desideri. Se io vivo progioniero del mio passato gli spazi aperti del desiderio si comprimono. A volte si annullano. Non esiste desiderio che non sia intrecciato al tempo, alla circolarita’ senza fine tra passato, presente e futuro. Noi storicizziamo i contenuti delle speranze e dei desideri perche’ essi non sono liberi ma condizionati dalla storia personale di ciascuno di noi. … Oggi, siamo tutti magnetizzati da desideri immediati che ci impediscono di guardare ai desideri piu’ grandi. E’ anche questo un effetto della crisi economica: ha spostato il nostro orizzonte dai desideri piu’ alti a quelli legati alla quotidianita’: il benessere o la pura sopravvivenza. …La condizione spirituale piu’ diffusa e’ oggi l’apatia, la perdita di ogni sentimento di solidarieta’. Perfino i migliori tra noi sono indotti a perdere di vista “i desideri di infinito” per inseguire quelli microscopici del proprio orticello. Ma l’indifferenza ‘e una forma di disturbo psichico. La crisi economica ha l’effetto di far risalire dentro di noi i demoni.”




violenza-donne-g

“L’ombra della crisi dietro a violenze e famiglie fragili” di Aldo Bonomi, “Il Sole 24 Ore”, 31/08/2014

La crisi delle forme di convivenza ha caratterizzato il mese appena passato. Guerre nello scenario geopolitico ai bordi dell’Europa, ove si assiste all’eterno ritorno dei fondamentalismi del sangue, del suolo e delle religioni.

Una moltitudine cerca scampo attraverso il Mediterraneo verso l’Europa che pare essere diventata l’Unione dell’indifferenza. Se si guarda in casa, nelle nostre case, la cronaca quotidiana racconta una guerra civile molecolare che attraversa microcosmi famigliari di violenza di genere, sui minori e persino sui figli. Quasi non bastasse la tragedia del femminicidio. Malessere in cui annaspano le analisi socio-psicologiche. Forse ne sanno di più coloro che nel quotidiano affrontano l’apocalisse culturale dell’emergenza delle famiglie, come i giudici dei tribunali dei minori e gli avvocati delle camere minorili. In una ricerca, che sarà presentata al prossimo forum nazionale delle camere minorili, sono state raccolte le loro valutazioni sulla crisi delle forme di convivenza e dei conflitti che attraversano le famiglie. A loro giudizio, rispetto a 20 anni fa, la famiglia continua a costituire l’elemento imprescindibile dell’organizzazione sociale ma è diventata, per usare il termine del libro dello psichiatra Eugenio Borgna (“La fragilità che è in noi” Einaudi) «un microcosmo di relazioni fragili».

L’OMBRA DELLA CRISI DIETRO A VIOLENZE E FAMIGLIE FRAGILI, Aldo Bonomi

È sempre più sovraccarica di compiti, con sempre meno figure stabili per i minori, a volte privi di guida educativa significativa. È sempre meno in grado di affrontare conflitti e cambiamenti esterni, il che ne fa un luogo di relazioni interne più conflittuali. Se negli anni ’70 la famiglia esplodeva verso l’esterno, oggi implode all’interno. Se si pensa alla velocità del ventennio a scavallo del secolo, nei mutamenti degli stili di vita, la fragilità della prima cellula della società appare evidente. Anche se, rispetto a un tempo, il diritto ha codificato una più efficace prassi legislativa per la mediazione in ambito famigliare e dei servizi sociali per mettersi in mezzo. Il che è sempre più difficile solo con il diritto e le leggi, spesso non in grado di comprendere o anticipare i motivi della microconflittualità dilagante. Che esplode per l’84,4% delle segnalazioni quando si rompe il legame di coppia, ma dietro avanzano problemi economici legati al lavoro per il 72,3%, ai comportamenti violenti di uno dei membri per il 63%, a problemi psicologici e psichiatrici nel 42% dei casi.
L’elenco degli operatori della giustizia mite continua scavando nell’antropologia famigliare in difficoltà per differenze culturali e religiose nella coppia, nel non sapere tenere assieme dinamiche tra tre generazioni, sino ai comportamenti anti-sociali dei figli e la loro rivendicazione rancorosa che non riconosce autorità. Buone ultime, al 2,2% dei casi, sono le vecchie e fredde diatribe economiche per l’eredità. Il tutto precipita in comportamenti giovanili che un fortunato libro dello psicanalista Massimo Recalcati auspica dover essere orientate più che dalla figura di Edipo da quella di Telemaco, modello di virtù filiali e famigliari, cui ha fatto riferimento anche Renzi parlando di “generazione Telemaco” nel suo discorso di insediamento al Parlamento Europeo. Sarà per la professione e le frequentazione del disagio ma gli avvocati vedono pochi Telemaco. Sommando i giudizi molto-abbastanza negativi per il 93% di loro i giovani hanno poca fiducia nelle istituzioni, poco rispetto per le leggi e l’autorità (84%), poco rispetto per i ruoli famigliari. Per arrivare a Telemaco non resta che scavare in quella sofferenza di solitudine che attanaglia, secondo gli avvocati, l’84% dei giovani e lavorare su quel deficit di cultura della legalità trattato dai tribunali dei minori.

minigonna-pubblicita-anni-70

Due i grandi problemi segnalati: il rapporto tra i minori ed internet, che è aumentato fuori dal campo di influenza delle relazioni con gli adulti, e la crisi della spesa pubblica e la crisi economica che stanno determinando una crescita del disagio dei minori. Sono in difficoltà gli enti locali, in crisi di risorse, non tengono nella dissolvenza della comunità le relazioni di vicinato. Fanno quello che possono medici di base e forze dell’ordine. Tengono ancora le parrocchie e gli oratori, le associazioni di volontariato e sempre più, per i Telemaco del futuro, per scavare nella solitudine e nell’afasia dei giovani drop-out, diventa fondamentale la scuola.

R-102748963-tv

Pare non bastino più neanche le novecentesche analisi del disagio orientate solo alla provenienza sociale dei minori assistiti. La maggior parte dei casi non ha una provenienza di classe sociale prevalente e aumentano, rispetto al disagio dei ceti popolari, i figli dei ceti medi in difficoltà esenza più identità. Sono state annunciate misure per potenziare l’azione della scuola che, dato il quadro, sono le uniche che possono dare segnali di speranza di avere una generazione Telemaco adeguata ai tempi di metamorfosi. Mi pare urgente.




“I soldi sono nei materassi aiutiamo gli italiani a spendere” di Giuseppe De Rita, “La Repubblica” 28/09/2014

Negli ultimi 7 anni, quelli della crisi, il valore di contanti e depositi bancari ‘e aumentato di 234 miliardi. Quello che c’e’ non si consuma, tantomeno si investe. Giuseppe De Rita (presidente del Censis) la definisce “una lucida strategia di sopravvivenza” dove “si resta liquidi per paura di quello che verrà e si tira a campare augurandosi di non essere disturbati piu’ di tanto. …E poi li’ dentro c’e’ una bella fetta di lavoro in nero, fenomeno in crescita rispetto agli anni precedenti alla crisi.”
Secondo De Rita, “lo sviluppo non si crea se non ritorna la fiducia e per questo dobbiamo partire da una constatazione: per quanto ci riguarda, un modello funzionale allo sviluppo è quello che vigeva nell’Italia degli anni 60-70. Fatto di microeconomia, di piccole aziende, di pensionati 60enni che ripartivano con un’idea di impresa in testa. Allora c’erano laboratori che crescevano come funghi e poi si trasformavano in piccole aziende; ragazzi che lavoravano e allo stesso tempo studiavano. Per tornare a crescere bisogna ripartire da lì: questo non è il Paese delle cruenti svolte, qui si procede per transizioni.”
L’idea della grande svolta “seduce, crea attesa, ma allo stesso tempo innesca un meccanismo di difesa e fa riaffiorare la paura di diventare poveri.” Se la riforma non produce effetti immediati ci si ferma, “si torna al liquido, con l’obiettivo di avere meno problemi e pagare meno tasse. Il risultato è che il capitale diventa inagito. … Dalla mancata spesa delle famiglie e dai mancati investimenti delle piccole imprese per paura del cambiamento annunciato mettono da parte i fondi, piuttosto che utilizzarli.”

In queste condizioni, secondo De Rita, “abbiamo bisogno di una politica economica che dia fiducia e incorpora il senso della vita. Bisogna premiare la voglia di fare e non punire, come sta succedendo, chi ha messo in piedi un piccolo patrimonio. L’esempio sulla seconda casa è esplicito: il fisco la considera una ricchezza, senza ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi, in Italia, si tratta di eredità ricevute dalle famiglie di provenienza. Non sono un lusso, ma una radice, una boccata d’ossigeno, non vanno trattate con atteggiamento punitivo. Quei piccoli patrimoni vanno protetti, incentivandone il rinnovo. Ridiamo un senso alle periferie urbane, aiutiamo fiscalmente chi vuole rifare il tetto della casa di campagna. Se si danno degli incentivi per adeguare l’abitazione ai criteri antisismici, le famiglie non aspetteranno più l’intervento dello Stato: tireranno fuori i soldi dal materasso e ci penseranno da soli, migliorando l’economia e anche la loro vita.”




capitalism

“L’immensa ricchezza delocalizzata” di Piero Bevilacqua, “Il Manifesto”, 11 ottobre 2014

Quasi non passa giorno senza che il pre­si­dente della Bce, Mario Dra­ghi e gli altri stra­te­ghi che pre­si­diano il governo dell’Unione si affan­nino a ram­men­tarci che in man­canza di riforme strut­tu­rali l’Italia non ripren­derà il cam­mino della cre­scita. Le riforme strut­tu­rali: espres­sione iro­nica della sto­ria. Chi ha memo­ria del nostro pas­sato ricor­derà che la frase «riforme di strut­tura» è stata coniata da Pal­miro Togliatti, diven­tando uno degli slo­gan del Pci tra gli anni ’50 e ’60. Allu­deva a pro­fonde tra­sfor­ma­zioni da rea­liz­zare negli assetti dell’economia e nei rap­porti di potere tra le classi.

Ora è finita in bocca ai mana­ger finan­ziari euro­pei, e ai gover­nanti ita­liani, e serve a dare una accen­tua­zione di radi­ca­lità all’intervento invo­cato, quasi si trat­tasse di miglio­rare più pro­fon­da­mente le con­di­zioni del paese. In realtà, oltre a masche­rare il vuoto di prospettiva,essi cer­cano di nobi­li­tare la sostanza clas­si­sta della più impor­tante di que­ste “riforme”: una mag­giore fles­si­bi­lità e una più com­pleta dispo­ni­bi­lità della forza lavoro nelle scelte dell’impresa. Il Job Act in can­tiere nel governo Renzi, evi­den­te­mente non basta. Occorre poter licen­ziare con più faci­lità, per atti­rare i capi­tali che girano per il mondo. Oggi noi sap­piamo bene quanta fon­da­tezza ha la teo­ria su cui si fonda tale pre­tesa. Come ha scritto di recente Luciano Gal­lino, «La cre­denza che una mag­giore fles­si­bi­lità del lavoro, attuata a mezzo di con­tratti sem­pre più brevi e sem­pre più insi­curi, fac­cia aumen­tare o abbia mai fatto aumen­tare l’occupazione, equi­vale quanto a fon­da­menta empi­ri­che alla cre­denza che la terra è piatta». (Vite rinviate.Lo scan­dalo del lavoro pre­ca­rio, Laterza 2014).

Ma per la verità noi non abbiamo sol­tanto que­sta cer­tezza scien­ti­fica, oltre alla prova empi­rica di una eco­no­mia capi­ta­li­stica che con­ti­nua a gene­rare disu­gua­glianze, pre­ca­rietà e disoc­cu­pa­zione. Noi pos­se­diamo un inqua­dra­mento sto­rico quale forse mai si era rag­giunto in età con­tem­po­ra­nea per una fase così rav­vi­ci­nata. Sap­piamo come sono andate le cose negli ultimi 30 anni gra­zie a una let­te­ra­tura ormai di con­si­de­re­vole ampiezza. E pos­se­diamo una let­tura strut­tu­rale della crisi che nes­suna altra rico­stru­zione di parte capi­ta­li­stica può mini­ma­mente scal­fire. Ha comin­ciato in anti­cipo Serge Halimi, con il Grande Balzo all’indietro (Fazi 2006, ma uscito in Fran­cia nel 2004) – un testo ricco di infor­ma­zioni e d’intelligenza poli­tica che meri­tava un più ampio suc­cesso — seguito l’anno dopo dalla Breve sto­ria del neo­li­be­ri­smo ( tra­dotto dal Sag­gia­tore nel 2007) di D. Har­vey, e a seguire una lunga serie di saggi in varie lin­gue suc­ces­sivi al tra­collo del 2008, cui non è nep­pure pos­si­bile far cenno.

Quest’anno si è aggiunto a tanta let­te­ra­tura storico-analitica – oltre al grande lavoro di T. Piketty, Il capi­tale nel XXI secolo, Bom­piani, già suf­fi­cien­te­mente osan­nato — un sag­gio che merita di essere ripreso per la lim­pi­dezza della scrit­tura e la forza docu­men­ta­ria con cui con­ferma la let­tura del tren­ten­nio neo­li­be­ri­sta: Chi ha cam­biato il mondo? di Igna­zio Masulli per Laterza. Masulli mostra con dovi­zia di tabelle e dati sta­ti­stici uffi­ciali le ten­denze di fondo che hanno gover­nato lo svi­luppo del capi­ta­li­smo negli ultimi trent’anni: la delo­ca­liz­za­zione indu­striale (inda­gata nei suoi effetti nei vari paesi in cui si è inse­diata), l’innovazione tec­no­lo­gica basata sull’automazione microe­let­tro­nica e la finan­zia­riz­za­zione dell’economia.

Son pro­cessi noti ma a cui l’autore aggiunge infor­ma­zioni spesso sor­pren­denti. Si pensi alle dimen­sioni degli inve­sti­menti all’estero dei paesi di antica indu­stria­liz­za­zione. In Fran­cia essi rap­pre­sen­ta­vano il 3,6% del Pil nel 1980 e sono arri­vati a toc­care tra il 60 e il 57% nel 2009 e nel 2012. La Ger­ma­nia da un 4,7% è pas­sata al 45,6% nel 2012. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, pas­sando dall’ 1,6% del Pil del 1980 al 28% del 2012. Dimen­sioni di inve­sti­menti ana­lo­ghi anche dagli gli altri paesi, con un dato impres­sio­nante per la Gran Bre­ta­gna, le cui imprese, nel 2010, hanno inve­stito all’estero 1.689 miliardi di dol­lari, pari a oltre il 75% del Pil».

Dun­que, i nostri capi­ta­li­sti hanno tra­sfe­rito e inve­stito all’estero ric­chezze immense, fon­dando quasi nuove società indu­striali fuori dalla rispet­tiva madre patria, uti­liz­zando a man bassa il lavoro sot­to­pa­gato e senza diritti dei paesi poveri, facendo man­care risorse fiscali gigan­te­sche ai vari stati. E ora gli stra­te­ghi dell’Unione vor­reb­bero far tor­nare un po’ di capi­tali in patria ridu­cendo la classe ope­raia euro­pea alle con­di­zioni in cui è stata sfrut­tata negli ultimi 30 anni in Cina o in altre pla­ghe del mondo. Ma il qua­dro deli­neato da Masulli con­ferma e appro­fon­di­sce, anche per altri aspetti noti, con dati quan­ti­ta­tivi, le linee sto­ri­che di evo­lu­zione delle eco­no­mie nel periodo con­si­de­rato. Tale qua­dro mostra ad es. come l’innovazione tec­no­lo­gica sia ser­vita pre­va­len­te­mente a sosti­tuire forza lavoro, ingi­gan­tendo l’esercito indu­striale di riserva. Su que­sto punto forse l’autore sot­to­va­luta l’innovazione di pro­dotto rea­liz­zata con la microe­let­tro­nica, soprat­tutto negli Usa. Ma è un fatto che essa non ha creato, come avve­nuto in pas­sato con lo svi­luppo delle fer­ro­vie, l’espansione della chi­mica, l’industria auto­mo­bi­li­stica del ‘900, quella dure­vole ondata di nuovi posti di lavoro che erano attesi.

Men­tre la pro­du­zione, come sap­piamo, è dimi­nuita rispetto ai decenni pre­ce­denti il 1980: e qui tutta la glo­ria del capi­ta­li­smo neo­li­be­ri­sta pre­ci­pita nell’ignominia di una scon­fitta sto­rica. Nel frat­tempo i salari sono rista­gnati, è aumen­tata la disoc­cu­pa­zione. Ma ovvia­mente sono cre­sciuti i pro­fitti. Que­sti si! Cre­scita dei pro­fitti, nota l’autore, cui però non cor­ri­sponde un aumento del pro­cesso di accu­mu­la­zione, vale a dire gua­da­gni dell’impresa rein­ve­stiti nel pro­cesso pro­dut­tivo. Una parte sem­pre più con­si­stente di tali pro­fitti se ne è andato e con­ti­nua ad andar­sene in divi­dendi e paga­mento di oneri al capi­tale finan­zia­rio. E così il cer­chio si chiude per­fet­ta­mente, dando un pro­filo netto alla sto­ria eco­no­mica degli ultimi 30 anni: asser­vi­mento della classe ope­raia, disoc­cu­pa­zione cre­scente e lavoro pre­ca­rio, debole cre­scita eco­no­mica, ingi­gan­ti­mento del potere finan­zia­rio e amplia­mento delle disu­gua­glianze. E’ que­sta la musica al cui suono dan­ziamo ormai da anni. Men­tre la poli­tica degli stati e quella dell’Unione in primo luogo pro­pon­gono di riper­corre il sen­tiero che ha con­dotto al pre­sente disor­dine mondiale.

Ora, l’aspetto più cla­mo­roso della pre­sente situa­zione, soprat­tutto in Europa, è l’ostinazione con cui i diri­genti dell’Unione e soprat­tutto i gover­nanti tede­schi e nord-europei si osti­nano al restar cie­chi di fronte alla realtà che trent’anni di sto­ria ci con­se­gnano. Saremmo inge­nui se pen­sas­simo solo al dog­ma­ti­smo fana­tico che è nel genio nazio­nale dei tede­schi. E sap­piamo che a ispi­rare la poli­tica dell’austerità che ci sof­foca, come ha ricor­dato Paul Krug­man, è l’interesse dei cre­di­tori. Ma io credo che l’Europa di oggi e gran parte degli stati di antica indu­stria­liz­za­zione testi­mo­nino un muta­mento sto­rico finora inos­ser­vato, che ormai emerge alla luce del sole. Non solo i vec­chi par­titi comu­ni­sti, socia­li­sti, social­de­mo­cra­tici sono stati strap­pati alle loro radici popo­lari e gua­da­gnati al campo avversario.

“E’ cam­biata la forma di razio­na­lità dei gover­nanti” diceva Hei­deg­ger. Credo che sba­gliasse ber­sa­glio: è la tec­nica che non pensa. La ragione tec­nica applica dispo­si­tivi dot­tri­nari alla realtà, atten­dendo che essi fun­zio­nino per­ché così accade nei labo­ra­tori o nelle simu­la­zioni mate­ma­ti­che. Nella loro ratio se il dispo­si­tivo non ha suc­cesso è per­ché si sba­glia nella sua appli­ca­zione o que­sta non è com­pleta. Se il Job Act non fun­zio­nerà è per­ché qual­che resi­dua norma impe­di­sce all’imprenditore di licen­ziare i suoi ope­rai quando più gli aggrada. Dun­que, la verità che nes­suno vuol dire è che oggi siamo gover­nati da uomini che non pen­sano. Dove il verbo pen­sare ha una ric­chezza seman­tica ormai andata per­duta nel les­sico cor­rente: signi­fica lo sforzo crea­tivo di rispon­dere alle sfide della realtà ascol­tan­done la com­ples­sità, cer­cando solu­zioni con­di­vise e di uti­lità gene­rale con l’arte della poli­tica. I tec­nici con­ti­nuano ad appli­care dot­trine scon­fitte dalla realtà . Ma i poli­tici senza dot­trina, come il nostro Renzi e prima Ber­lu­sconi, non pen­sano più dei tec­nici. Eser­ci­tano l’arte red­di­ti­zia della comunicazione.




“Argini infranti di una Comunità”, di Ernesto Galli della Loggia, “Il Corriere della Sera”, 11 novembre 2014

I segni di un degrado civile. A partire dagli anni Ottanta vi è stata una progressiva secessione dall’Italia delle classi dirigenti. Oggi c’è bisogno di segnali di svolta dal basso.

L’Italia innanzitutto cade a pezzi. Il Paese fisico, il suo territorio, è perennemente sotto una spada di Damocle dalle Alpi alla Sicilia. In qualunque parte della Penisola bastano in pratica 24 ore di pioggia intensa per allagare interi quartieri di città, far chiudere le scuole, far franare tutto ciò che può franare, per interrompere ogni genere di comunicazioni. E regolarmente dopo che da anni ed anni tutti i rischi erano a tutti ben noti; e sempre, o quasi, dopo che i fondi per i lavori necessari erano stati stanziati, e sempre, o quasi, perfino dopo l’esecuzione dei lavori stessi. Ma non c’è niente da fare. Piove, e regolarmente i muraglioni costruiti si sbriciolano, gli argini alzati non tengono, i sistemi fognari saltano, i ponti crollano: il nostro destino è l’esondazione.

L’Italia poi è di chi se la vuol prendere. Chiunque, su un autobus o un treno di pendolari, solo che lo voglia (e lo vogliono in tanti) può non pagare il biglietto, può lordare, rompere, imbrattare con lo spray, intasare i gabinetti, minacciare i passeggeri, aggredire il personale. Per strada può fare dei cassonetti dell’immondizia e di qualunque altro arredo urbano ciò che più gli garba. In ogni caso l’impunità è garantita. E tanto più se si tratta dell’Italia dove vive la parte più debole della popolazione, quella che non prende l’Alta Velocità, che la notte non può permettersi un taxi: se si tratta cioè dell’Italia del Sud e delle periferie. Qui, poi, abitare una casa popolare – come questo giornale ha fatto sapere a tutti – può voler dire spesso essere costretti a stare perennemente barricati perché c’è sempre un prepotente pronto a impadronirsi con la violenza di ciò che non è suo, a intimidire, a minacciare. E quasi sempre senza che a contrastare la violenza ci sia l’intervento risoluto di chi pure avrebbe il dovere di farlo.

L’Italia infine non è più un solo Paese. Sgretolando lo Stato centrale e accaparrandosi le sue funzioni, un demenziale indirizzo politico federalista, al quale hanno aderito tutti i partiti, ha di fatto liquidato l’eguaglianza dei cittadini proclamata dalla Costituzione. Oggi ogni italiano paga tasse diverse, viene curato in modo diverso, gode di servizi pubblici, di mezzi di trasporto, di quantità e qualità diversa, studia in edifici scolastici degni o fatiscenti, a seconda che abiti a Sondrio o a Trapani, che sia un italiano del Sud o del Nord. I modi e i contenuti reali del suo rapporto concreto con la sfera pubblica dipendono in misura pressoché esclusiva solo da dove si è trovato a nascere e a vivere. Mentre di fatto le cricche politiche locali fanno ciò che vogliono, usando a loro piacere le enormi risorse a disposizione: salvo l’intervento necessariamente casuale di questa o quella Procura.
Questo (e molte altre cose, eguali o peggiori) è il Paese reale.

Ed è a partire da esso che va ripensata la crisi italiana. Il cui carattere più intimo e vero non sta nell’economia, che in certo senso ne è solo l’involucro. Sta nel fatto che una parte sempre maggiore di italiani – in modo specialissimo quelli che abitano il Paese reale, per l’appunto – non riesce più a credere di far parte di una comunità retta da regole certe fatte rispettare da un’autorità vera. Non riesce più a credere, cioè, che esista uno Stato.

Le condizioni dell’economia sono certo un fatto grave e importante. Ma molto più grave e importante è che troppi italiani si stanno convincendo dell’immodificabilità di tali condizioni perché le vedono saldarsi ai mille segni di un degrado, di uno sfilacciamento più generali al cui centro c’è un dato nuovo e inquietante: la latitanza dello Stato. Troppi italiani si stanno facendo l’idea che ormai quindi non possono più contare che su se stessi (che nessuno più cercherà il modo di far trovare loro un lavoro, penserà a dar loro una pensione, ad assicurargli con la sicurezza quotidiana, la certezza delle leggi e la sovranità politica). Che nessuno controlla e dirige realmente più niente, che nessuno è davvero al timone del Paese con in mente una rotta, e avendo non solo la visione e la determinazione, ma soprattutto gli strumenti e l’autorità necessari a farsi seguire.

È la sensazione di questo vuoto ciò che oggi nell’Italia delle periferie urbane e della piccola gente, del Mezzogiorno mortificato e incarognito, dei tanti microimprenditori che stentano la vita, nell’Italia del Paese reale, più contribuisce ad esasperare ogni egoismo ma anche a incrinare ogni fiducia. E quindi ad aggravare ulteriormente la stessa crisi economica.

È questo lo stato di cose di fronte a cui si trova oggi Matteo Renzi: dal quale anche chi non l’ha votato si aspetta comunque fatti e parole nuovi. Ma mi domando se il presidente del Consiglio sappia vedere quel Paese reale che si è detto sopra e se lo sappia vedere nei termini indicati. Se sappia vedere lo sfascio dei suoi territori e delle sue città, capire la sua sensazione di abbandono, la sua percezione di vuoto istituzionale, la sua richiesta di controlli, di autorità, di guida. Dubito che basti dare 80 euro ad una parte di quel Paese per ricostituire l’idea che esista un governo, che esista qualcosa che assomigli a una classe dirigente. Se vuole davvero essere l’uomo della rottura rispetto al passato che ha promesso di essere, Renzi deve andare in mezzo a quel Paese reale, casomai mettendosi le calosce o fermandosi ad aspettare alla fermata di un autobus. Deve parlare ai suoi abitanti faccia a faccia, non da qualche studio televisivo. Magari immaginando anche i gesti concreti con i quali accompagnare le parole.

Egli ha dimostrato finora di sapere interloquire molto bene con l’Italia dei piani alti, e di sapersene accattivare le simpatie. È un’ottima cosa. Non abbiamo certo bisogno di populismi d’accatto che magari si prefiggano di «far piangere i ricchi». Ma un’autentica comunità politico-statale si ricostruisce sempre dal basso, e nell’Italia attuale c’è bisogno precisamente di questo: di ricostruire una tale comunità. Di ridarle un senso di sé e uno scopo che vadano oltre l’oggi, di ridarle il coraggio che sta scemando, di garantirle che ancora esistono una legge e un’autorità. Di dire a noi tutti: «Siamo qui, e anche a costo di sacrifici vogliamo restarci, e restare in piedi!». Di dire le parole – e compiere i gesti – che nei grandi momenti di crisi decidono del futuro di una nazione.



Annunci