Una proposta di valorizzazione della tradizionale lavorazione manifatturiera ed artigiana legata alla tessitura del del lino e della canapa – e successivamente del cotone – che rischia di scomparire per sempre dalla Val d’Arigna, una valle laterale del sistema montuoso della Prealpi Orobie. Un patrimonio tessile perchè sui telai in legno della Val d’Arigna si tessevano non solo gli apprezzati pezzotti ma una varietà di altri prodotti destinati:

  • all’abbigliamento con la mezzalana, la strüsa, la nèstula;
  • alla casa con strofinacci, asciugamani e lenzuola;
  • all’agricoltura con il pélorsc, e la trésca.

Intorno alla produzione tessile si strutturava una filiera con una divisione del lavoro collegata alla struttura orografica della Valtellina.  Così che:

  • sul versante Retico si coltivava il lino e la canapa;
  • sul versante Orobico principalmente si filava, si tesseva, di ordiva la trama, ed a farlo erano sopratutto le donne.

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LA FILATURA E LA TESSITURA

In relazione alla diffusione dell’allevamento delle pecora, non mancava la lana da filare per la realizzazione di indumenti. La lana lavata veniva cardata con gli scartàsc, ossia una coppia di tavolette di legno con punte metalliche sottili nella parte interna. Questa operazione consentiva di ripulire la lana dalle impurità, sciogliere i nodi e predisporre le fibre per la filatura.


scartac
scartàsc

Si filava a mano, con l’aiuto del füs (il rocchetto su cui si avvolgeva il filo) e della bicòca (attrezzo per contenere i bioccoli di lana da filare), oppure con il carèl.  Il filo veniva poi passato dal fuso all’asp per ricavarne una matassa che poi veniva lavata e sbiancata.

Si coltivavano anche il lino e, soprattutto, la canapa. Questa, seminata in primavera, giunta a maturazione nel pieno dell’estate, veniva tagliata e i covoni venivano fatti macerare in un prato umido e ombroso. Così ammorbidita, si poteva procedere alla lavorazione. Prima gli steli erano rotti con un apposito attrezzo (frantòia), poi si battevano con apposite spatole (spàduli) e si eliminava la stoppa. Delle tavolette di legno irte di chiodi (scartàsc) permettevano di raffinare le fibre e di predisporle alla filatura. Venivano poi tessuti grezzi tessuti per la casa o per il lavoro dalle donne sui telai di Arigna.


Il Patrimonio Tessile

Nella frazione orobica di Arigna erano infatti attivi oltre 100 telai sui quali si tessevano lana, lino e canapa. I tessuti erano vari poiché varie erano le destinazioni d’uso. Vi erano tessuti destinati all’abbigliamento (mezzalana, strüsa, nèstula), alla casa (strofinacci, asciugamani e lenzuola), all’agricoltura (pélorsc, trésca).

aaLa téla. Veniva tessuta, sia nell’ordito che nella trama, con canapa o cotone e serviva per fare lenzuola, strofinacci, asciugamani. La larghezza delle lenzuola era ottenuta unendo tra loro più teli. Dopo la tessitura la tela veniva lavata e stesa al sole sull’erba, affinchè acquisisse candore. Se il filo della trama veniva annodato spesso, la tela era detta “grupirö” ed era di qualità scadente.

aaaIl pélorsc. Il rustico tessuto era ottenuto intrecciando ad un ordito di canapa striscioline di stracci, anche di canapa o cotone, o grossi fili. Il tessuto non risultava mai omogeneo. Da nuovo poteva essere utilizzato come coperta pesante; quando era consunto dall’uso era utilizzato anche come copertura per le vacche dopo il parto o per le bestie ammalate.

mezzalanaLa mezzalana. Era un tessuto ottenuto intrecciando ad un ordito di canapa una trama di lana. Era piuttosto grosso e rigido e veniva anche utilizzato per confezionare abiti.

copertaLa coperta “a pan”. Era una coperta di lana filata a mano, caratterizzata da una tipica lavorazione a spina di pesce.

Il pezzòt. E’ un rustico tappeto di vivaci colori, a righe di varia dimensione o a fantasiosi disegni geometrici, realizzato a partire dagli anni ’40-’50 del secolo scorso. Veniva rifinito con frange.

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Pezzoto in lavorazione su telaio

La trésca. Il tessuto in canapa, aveva una lunghezza e una larghezza considerevole rispetto al pélorsc. Vi si stendevano i cereali, specialmente durante la trebbiatura manuale. A volte era utilizzato anche come riparo, nei giorni di pioggia, per le vacche in montagna.


Si ringrazia il Museo Etnografico di Ponte in Valtellina (SO) per il supporto e Serena Bracchi per l’elaborazione del testo e le fotografie. 


 

 

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